26 gennaio 2025

SE I GATTI SCOMPARISSERO DAL MONDO di Kawamura Genki

 

«C’è una cosa altrettanto inevitabile quanto la morte, ed è la vita»

Un romanzo coraggioso che affronta argomenti difficili e tabù come la malattia, la morte e il lutto in maniera originale e “leggera” come si trattasse di una favola senza però esserlo.

Il protagonista – senza nome – conduce una vita piuttosto ordinaria, svolge il lavoro di postino, vive in un appartamento con la sola compagnia del gatto, Cavolo. A seguito di una visita medica per un raffreddore persistente, gli viene diagnosticato un tumore al cervello, con una prognosi al massimo di una settimana. Da quel momento la sua esistenza non sarà più quella di prima. Non fa in tempo a stilare la lista delle ultime cose da fare prima di morire, che gli si presenta il Diavolo in persona. Sarà con lui che stringerà un patto: un giorno di vita in più in cambio della scomparsa di qualcosa dal mondo, per sempre. Ma sarà il Diavolo a dettare le regole.

Inizieranno così a scomparire i telefonini, i film, gli orologi – oggetti di rilevanza sociale, culturale, relazionale – motivo di crisi, di riflessione sul loro valore effettivo ed affettivo, ma anche di maggiore consapevolezza di se, del mondo e degli affetti che davvero contano.

Accetterà infine l’ultima proposta del Diavolo, ovvero far scomparire tutti i gatti dal mondo?

Impossibile anche noi lettori non porci domande come queste: “Come sarebbe la nostra vita se all'improvviso sapessimo che ci rimane un solo giorno da vivere? E se potessimo sacrificare qualcosa per avere in cambio un giorno in più?”

Una storia di fantasia, ma che appare molto realistica – che si avvicina molto alla narrativa di Haruki Murakami – un viaggio interiore attraverso il ricordo, sul senso della vita che si palesa proprio quando si sta per perderla. «Solo adesso che sapevo di avere poco tempo ma ero stato gettato in un mondo senza tempo cominciavo a guardare per la prima volta al futuro».

Un libro che ci fa soffermare, riflettere, interrogare sulle nostre nostre scelte di vita, restituendoci colore, suono, sapore, bellezza, anche quando tutto intorno sembra statico e monotono.

Il libro, spassoso e divertente pur toccando argomenti tristi, ci fa riflettere su quelli che sono i reali valori dell'esistenza, su ciò che vale la pena aver provato, sentito, visto... prima di lasciare questo mondo e dirsi davvero appagati e felici. Anche se la felicità non è altro che un punto di vista: «le persone possono scegliere di essere felici o infelici. Dipende dalla prospettiva con cui osservano le cose […] Siamo tutti destinati a morire, gli esseri umani hanno un tasso di mortalità del cento per cento. Dunque se una morte è felice o infelice dipende sostanzialmente dal modo in cui si è vissuta la propria vita».

Ogni fine può avere un senso, può essere meno dolorosa se si riesce a dare significato alla propria esistenza,  a superare i rimpianti, ad accettare il fato e dire a se stessi: «Sono contento di essere chi sono, di essere qui è non altrove».

Un libro davvero incantevole che si legge tutto d’un fiato, dal linguaggio semplice e preciso, alternato tra la prima e la seconda persona, rivolto e dedicato al padre, in un messaggio di amore e riconciliazione, svelato dal potere della memoria.

 

Se i gatti scomparissero dal mondo” di Kawamura Genki ( Einaudi 2019)

21 gennaio 2025

BAUMGARTNER di Paul Auster

 

Ultima opera del grande autore americano scomparso appena lo scorso anno, in cui si raccolgono tutte le tematiche della sua scrittura magistrale e calamitante.

Seymour Baumgartner è un ex professore di filosofia, settantenne che vive da solo nella propria abitazione del New Jersey, dopo aver trascorso una vita appagata e felice con sua moglie, Anna Blum, morta dieci anni prima travolta dalle onde dell’Oceano Atlantico, nonostante le sue qualità di esperta nuotatrice. Una donna colta, intelligente, poetessa e scrittrice, di cui S.B si è innamorato già dal primo incontro, contraccambiato a sua volta con lo stesso amore e trasporto.

Un’assenza, che invade l’appartamento – vuoto di figli ma saturo di libri e del comune amore per lo studio, la letteratura, la filosofia, le arti – una perdita che, S.B. descrive bene con la metafora della sindrome dell’arto fantasma, sentendosi adesso «un moncone umano, un mezzo uomo che ha perso metà di sè stesso che lo rendeva intero […] e sì, gli arti mancanti ci sono ancora, e fanno ancora male,così male che a volte gli sembra che il suo corpo stia per prendere fuoco e incenerirsi all’istante».

Una mancanza, che ha anche il sapore della nostalgia, di certe abitudini che al presente non trovano più spazio, perché manca il fuoco che le alimenta, come il ticchettio dei tasti sulla macchina da scrivere di Anna al mattino quando lui ancora sonnecchiava, «tanto che a volte entrava nello studio, si sedeva davanti alla macchina muta e scriveva qualcosa – qualunque cosa – solo per risentirli».

In tutto il libro si assiste all’elaborazione del lutto, attraverso tutte le sue fasi, fino all’accettazione, consapevole che la sua esistenza non sarà più come prima. «Vivere è provare dolore, si era detto, e vivere con la paura del dolore significa non volere vivere». Accettare significa sentire e vivere ancora con quel dolore, ma senza avere più paura.

Il destino, la casualità, le coincidenze affiorano in frasi potenti come queste cercando risposta: «Perché proprio a me? Perché a me no? Le persone muoiono. Muoiono giovani, muoiono vecchie e muoiono a cinquantotto anni».

Non manca la grande domanda e curiosità di cosa ci sia oltre il confine della morte, e qui il protagonista/ autore ce ne dà una bellissima interpretazione attraverso il monologo intenso e commovente di Anna all’altro capo di un telefono che squilla nel cuore della notte. E sarà proprio questa allucinazione/sogno la scintilla che darà inizio alla rinascita, alla speranza e a una nuova possibilità di redenzione, in cui la moglie non è cancellata, ma compresa nel suo nuovo mondo. Una realtà dove ci sarà spazio anche per nuove storie, altre donne, che in molti aspetti gliela ricordano.

Il tempo, dopo l’evento tragico, ha cambiato connotazione per S.B. – Kronos è stato sostituito da Kairos. Per questo ha lasciato il lavoro, per dedicarsi appieno a ciò che gli preme davvero, all’opera filosofica che sta scrivendo “Misteri del volante”, «perché ormai il tempo stringe, e lui non ha idea di quanto gliene resti».

Scritto al presente, dal punto di vista onnisciente, comprende sbalzi temporali senza un filo cronologico, attraverso flashback che in maniera naturale, pertinente e fluente svelano la storia, senza didascaliche narrazioni. Impossibile perdersi o non capire, la chiarezza è un elemento fondamentale della scrittura di Auster.

Non mancano riferimenti concreti all’arte dello scrivere, che ritroviamo nella narrazione sottoforma di racconti, scritti, lettere, commenti che si inseriscono nella trama principale.

Un libro degno del grande Auster col quale chiude davvero in delicatezza e bellezza, una scrittura fluida, stimolante, ben dosata nella gestione delle sequenze – narrativa, dialogica, descrittiva e riflessiva – e che nonostante alcune anticipazioni non perde di colore e pathos.

Una scrittura semplice –  all’apparenza – nitida e forte che abbraccia l’universo intero, gli affetti – padre, madre, nonni, moglie, amanti, amici, colleghi, sconosciuti – l’amore in tutte le sue coniugazioni, i grandi valori e i sentimenti umani, tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e soprattutto raccontata. Un’opera che sembra farsi sintesi e commiato dell’autore , consapevole del termine del suo viaggio.

“Baumgartner” di Paul Auster ( Einaudi 2023)

16 gennaio 2025

RITRATTO IN PIEDI di Gianna Manzini

 

«La terra come il cielo deve essere di tutti: è già troppo quella che uno occupa con la cassa da morto».

Una lettura senza dubbio assai originale, una modalità nuova e sperimentale di offrire al lettore l’immagine di un uomo che con la sua salda ideologia anarchica, dette un importante contributo socio politico culturale alla sua epoca.

Chi era Giuseppe Manzini, nato nell’ottobre del 1853 a Pistoia?

Ce lo presenta così l’autrice, in una delle non molte descrizioni fisiche del padre che ricorda con amore, ripercorrendo con dichiarata difficoltà, le tappe del loro vissuto insieme.

Un uomo la cui «giacca di velluto marrone, sbottonata, lascia molto scoperta la camicia. I calzini sono vecchi logori, ma ben sostenuti da una cintura di cuoio. Non porta cravatta[….] Ha le spalle larghe il babbo. È sempre stato diritto. Tiene, al solito, la testa alta. Un atteggiamento non di alterigia; ma di sfida ,sì. Lealtà e chiarezza dichiarate esponendo la fronte spaziosa[…] Gli occhi sono marrone; e, a causa di tanta concentrazione, non sembrano grandi. Si negano così il lusso di essere grandi».

Ritratto in piedi più che la biografia di un anarchico, la narrazione delle vicende politiche, sovversive e umanitarie che hanno caratterizzato la sua vita, vuole essere soprattutto commemorazione, valorizzazione di un uomo attraverso le parole della figlia, una figlia che – come ben spiega in queste pagine – è tormentata dai sensi di colpa, dalla vergogna di essersi allontanata da lui preferendo strade più facili e frivole che la società le proponeva; dal rimpianto per non aver trascorso maggior tempo con lui , di non aver alimentato il loro rapporto con lo stesso entusiasmo che animava la bambina di un tempo.

È un libro testimonianza, un libro in cui l’autrice si espone e narra di sé oltre che del padre, con la volontà di ricordarlo, senza una sequenza cronologica precisa, ma attraverso le emozioni suscitate da luoghi, eventi, persone, accadimenti; una sorta di riconciliazione, forse, un modo, per esprimere la sua riconoscenza e l’orgoglio nei confronti del padre e alleggerire il suo senso di colpa nutrito per lungo tempo.

Gianna Manzini è un’attenta osservatrice del dettaglio, del microcosmo ( come l’osservazione della formica durante il pranzo con la famiglia materna), sa intrattenere il lettore con bellissime metafore, esprimere le sfumature delle emozioni che la abitano, attraverso immagini e sensazioni come questa: «Ascoltandolo, divenni via via come un seme perduto fra le pieghe della terra: adagio la mia fisica ottusità parve sfogliarsi; ma erano fogli pesanti, compatti, quasi marmorei… riuscii a presentire quanto può pesare un dolce bambino in collo; sì che mi dolevano vagamente non solo le braccia, ma le reni e l’inguine».

Del Manzini anarchico si trovano alcuni passaggi, come lo sciopero a capo degli operai nella fabbrica del cognato – motivo della rottura con la famiglia materna – , i discorsi e le pubblicazioni anarchiche, l’amicizia con Malatesta, il suo esilio nell’Appennino pistoiese fino alla morte per infarto a seguito di un’ intimidazione fascista. Quello che prevale invece nella narrazione è l’aspetto emotivo, sentimentale, morale dell’uomo che l’autrice riesce a far emergere tanto da renderlo memorabile.

La lettura non è facile, nonostante la musicalità dei periodi che risultano assai articolati e complessi. La Manzini si concede la libertà di osare, di compiere salti temporali e spaziali, di vagare nel suo scrigno di ricordi, sentimenti ed emozioni intorno alla figura del padre, immaginare dialoghi, colloqui, incontri raccontati e forse mai testimoniati.

Risultato una grande prosa di qualità, dove si avvisa la ricerca della parola, una scrittura senza dubbio elegante, unica, raffinata. Un arcobaleno continuo di ampie metafore ma ben assortite, una lettura, come ripeto, difficile  ma che vale la pena di conoscere.

“Ritratto in piedi” di Gianna Manzini (Oscar Mondadori 2024)