STELLA MARIS di
Cormac McCarthy
«Se sei abbastanza
sano di mente da sapere che sei pazzo non sei così pazzo come se pensassi di
essere sano di mente».
Non è una lettura certo facile Stella Maris di Cormac McCarthy (che leggo per la prima
volta incuriosita dalla storia accattivante e dalle recensioni) definito da
molti un thriller esistenziale. Ultima opera dell’autore da poco scomparso, Stella
Maris costituisce il prequel de Il
passeggero, anche se le due storie rimangono separate e indipendenti.
Come dicevo è stata una lettura impegnativa e ho avuto più
volte la tentazione di abbandonarla soprattutto nei passaggi dove il linguaggio
diventava troppo tecnicistico e di non facile comprensione per chi come me non
è “addetta ai lavori”e inesperta di matematica, fisica e filosofia. Facile
bloccarsi su nomi sconosciuti, su enunciati, teorie e speculazioni di cui non
conoscevo neppure l’esistenza. Però mi sono fatta coraggio e ricercando e
approfondendo la terminologia ignota, sono riuscita a comprendere meglio e
proseguire. Inoltre mi son detta: «Non capisce neppure Michael Cohen con
cui Alicia si interfaccia – più
volte lo psicanalista lo ribadisce –
dunque posso permettermelo anch’io».
Alicia Western è
una ragazza di vent’anni, esperta di matematica, fisica e filosofia (indagando
ho scoperto che McCarthy stesso si appassionò a questi studi preferendoli alla
letteratura), intelligentissima, suona il violino in maniera eccellente, con
una diagnosi dall’età di dodici anni di schizofrenia, con manie suicide, tracce
di autismo e anoressia. Nelle sue allucinazioni incontra personaggi «intrattenitori»
o «famigli» come li definisce il dottor Cohen, dalle forme più strane:
Talidomide Kid è uno di loro, un nano che al posto delle mani possiede ali e
dialoga con lei non solo a parole. Sicuramente un caso interessante per il
dottor Cohen, che l’accoglie nella
struttura psichiatrica Stella Maris
(nella quale era già stata internata due volte) e intraprende con lei un nuovo percorso
terapeutico. Sarà un’impresa anche per lui accompagnarla in questa avventura,
perché Alicia ha davvero una mente potente, acuta e arguta, poliedrica, analitica
e universale, che afferma tutto e l’istante dopo lo nega, con una strabiliante
cultura e proprietà di linguaggio unite alla capacità manipolatrice con cui
riesce bene a deviare il percorso che il terapeuta cerca di tracciare con lei. «Lei
pensa che a volte non ascolto. Penso che ascolta. Non son sicura di che cosa
sente» già in questo botta e
risposta si capisce già molto del suo carattere. Oppure «Sopporto male la gente che vuole aggiustarmi».
Alicia è un personaggio memorabile, con la sua storia di
bimba difficile e mente geniale perciò isolata dal resto del mondo; per il
rapporto conflittuale con la madre (morta quando era piccola) e il padre troppo
indaffarato in questioni mondiali; per l’amore incestuoso col fratello Bobby
maggiore di lei sette anni (protagonista de Il passeggero); per la relazione con
la nonna, l’unica persona che la cresce e si preoccupa di lei finchè Alicia non
se ne andrà in giro per il mondo. Sullo sfondo della storia si muove la Storia,
quella legata al Progetto Manhattan,
con la realizzazione delle prime bombe atomiche in cui il padre di Alicia, come
fisico aveva preso parte. Tutto ciò lo apprendiamo attraverso il dialogo tra la
ragazza e il dottor Cohen in cui emerge anche tutto il pessimismo «La mia ipotesi è che si possa essere felici
fino a un certo punto. Mentre il dolore non sembra avere fondo», il
suo vissuto emotivo e il tormento dell’anima, nelle lunghe riflessioni su sé
stessa in relazione al mondo, combattuta e pervasa dal dubbio, dall’incertezza
della realtà dell’esistere.
Proprio questi passaggi, in cui si avverte tutta la tensione
e vivacità del suo mondo interiore, sono quelli che più mi hanno ancorato al
libro. Come quando parla della malattia mentale: «La malattia mentale è una malattia […] è una malattia associata a un organo che per
la conoscenza che ne abbiamo potrebbe anche appartenere ai marziani. È
probabile che il comportamento deviante sia un mantra. Nasconde più di quanto
svela. Fra i tanti problemi che il terapeuta deve affrontare c’è che il
paziente potrebbe desiderare di non essere curato». C’è in questa
frase, che sembrerebbe dello psichiatra ma che invece è di Alicia, un’ iniziale
e interessante tematica che affronta il problema etico delle scelte di cura e
il diritto del paziente alla sua autodeterminazione nel rispetto della sua volontà
e libertà.
Ma anche il tema della morte è affrontato dalla protagonista in maniera
molto lucida e attendibile: «Contemplare
l’idea della morte dovrebbe avere un certo valore filosofico. Addirittura
palliativo. Banale dirlo, ma il modo migliore per morire bene è vivere bene».
E ancora: «Non penso che ci
siano modi per prepararsi alla morte. Bisogna inventarsene uno. Non c’è nessun
vantaggio evolutivo nell’essere bravi a morire. Per trasmetterlo a chi? La cosa
con cui stai facendo i conti – il tempo – non è malleabile. Salvo per il fatto
che più lo covi meno ne hai». Pillole isolate davvero piene di saggezza.
Il ritmo è serrato, di un’intensità mantenuta ed esasperante,
tanto da richiedere pause per una sigaretta o una tazza di tè,.che lo stesso
terapeuta propone e che Alicia accetta volentieri.
Dal punto di vista stilistico è davvero notevole. L’autore
riesce a condurre un intero romanzo –-
che si articola per circa duecento pagine –-
senza l’ausilio di nessun altra forma narrativa se non quella del dialogo, come
già altri scrittori avevano fatto prima di lui ( mi viene in mente il coetaneo Philip
Roth nel romanzo “Inganno”). Non è una scelta facile, sia per lo scrittore, che
deve caratterizzare i personaggi proprio su ciò che fa dir loro, dal quale deve
trasparire tutto – il non verbale, la tonalità
della voce, l’ atteggiamento, la gestualità, l’espressione facciale, la mimica,
la postura – che per il lettore il
quale attraverso l’alternanza del dialogo (non sempre simmetrica) deve capire
chi sta parlando ed entrare nel personaggio giusto, “immaginando” tutto il
resto, i segnali che lo identificano, ricostruendo ogni elemento che l’autore
non dice ma che esiste, (le dimensioni della stanza, le pareti bianche adornate
da quadri o poster, l’illuminazione artificiale o naturale di una finestra, gli
abiti di Alicia e del dottor Cohen, il bollitore del tè in un angolo). Una
strategia davvero interessante.
Concludo ritenendolo un libro difficile ma d’effetto, per la
capacità dell’autore di trascinare e coinvolgere anche noi lettori nel vortice
di questa lucida follia, dove genialità e pazzia sembrano andare a braccetto separate
da una sottile e fragile linea. Insieme allo psichiatra ci perdiamo nelle
lunghe disquisizioni di Alicia, ci incantiamo, sprofondiamo con lei e
ritorniamo in superficie, grazie anche, e per fortuna, alla semplicità di un
gesto, come quello di una carezza, o tenersi la mano «perché è quello che fanno le persone quando aspettano la fine di
qualcosa».
“Stella Maris” di Cormac McCarthy (Einaudi 2022)