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21 giugno 2026

METAFISICA DEI TUBI di Amélie Nothomb

 

«Sei un tubo venuto fuori da un altro tubo»

Amélie Nothomb non finisce mai di stupirmi, soprattutto in Metafisica dei tubi uscito nel 2000, in cui ancora una volta si distingue per il suo linguaggio originale, fantasioso e ironico.

Metafisica dei tubi è un romanzo di formazione autobiografico, in cui l’autrice racconta i suoi primi tre anni di vita in Giappone, dove il padre era console belga.

Il romanzo mette in scena una trasformazione radicale: da “tubo” rivestito di carne – che beve, mangia, dorme, fa i propri bisogni e nient’altro, immobile come un vegetale – a bambina straordinariamente precoce, capace di parlare e comprendere due lingue, inglese e giapponese, di formulare pensieri maturi, filosofici e morali, e di osservare il mondo con una lucidità che spesso supera quella degli adulti.

È un libro affascinante, che ci riporta alla nostra infanzia, alle gioie e allo stupore della scoperta, a quando percepivamo di essere al centro del mondo e tutto sembrava ruotare intorno a noi.

Non mancano però le prime ombre: delusioni, intuizioni sulla morte, pensieri forse prematuri per una bambina di tre anni, ma che contribuiscono a renderla completa, quasi una piccola divinità, come lei stessa si percepisce fin dalle prime pagine.

Come non rimanere colpiti da una frase come questa?

«La vita è ciò che vedi: membrana, viscere, un buco senza fondo che esige di essere riempito. La vita è questo tubo, flessibile, che ingoia e che rimane vuoto».

Nothomb riesce a dare voce all’inesprimibile, a ciò che un neonato non potrebbe mai riferire, con una semplicità davvero sorprendente. Ed è qui che sta la grande magia della sua scrittura: rendere credibile e accettabile l’impossibile.

Lo stile è asciutto ma mai banale. La trama lineare nasconde piccoli episodi legati al contesto nipponico e rivela i tratti distintivi della personalità della scrittrice. Ne risulta un’opera avvolgente e intensa, attraversata da emozioni contrastanti – immobilità, esaltazione, gioia, sofferenza, irriverenza, rispetto –  ma soprattutto da un’ironia costante, che diventa il modo per leggere e alleggerire ogni esperienza.

Un libro breve ma sorprendentemente denso, capace di lasciare un segno e di offrire una chiave preziosa per entrare nel mondo letterario di Amélie Nothomb, in quello spazio sottile dove l’infanzia, il pensiero e l’immaginario si incontrano per divenire realtà, e che in fondo appartiene un po’ anche a noi.

“Metafisica dei tubi “di Amélie Nothomb ( ed Guanda 2004)

26 maggio 2026

LA MIA POLITICA di Paolo Dapporto

 

Un libro davvero delizioso, che una volta iniziato diventa quasi impossibile staccarsene. Una parola tira l’altra, un capitolo apre una nuova storia, e poi un’altra ancora… finché, quasi senza accorgersene, si arriva alla fine.

Si tratta di una narrazione autobiografica, un breve romanzo di formazione in cui seguiamo la crescita di Paolo: da fanciullo ad adolescente, fino all’età adulta.

Sullo sfondo c’è il difficile periodo del dopoguerra. Un’ Italia chiamata a fare i conti con le ferite lasciate dalla guerra — dai tedeschi, fascisti ma anche dagli americani. Un tempo segnato dalla fame, miseria e fatica, eppure ricordato con nostalgia. In questo contesto, lo studio e la cultura diventano per Paolo una conquista importante, nonostante i sacrifici per garantirgli un’istruzione.

Particolarmente interessante è la narrazione filtrata dallo sguardo del bambino: uno sguardo fatto di emozioni e sensazioni, ma capace anche di distinguere il Bene dal Male, l’ingiustizia dall’onestà, la superbia dal rispetto.

È nel nucleo familiare che prendono forma i suoi ideali: una famiglia umile — padre elettricista, madre sarta — che trasmette, con l’esempio, valori autentici come il lavoro, il sacrificio, il senso del bene comune. È qui che nasce in fondo la sua “politica”.

La politica di Paolo è infatti una politica dei valori: rispetto, giustizia, comprensione, studio, amore, amicizia, famiglia. Valori semplici ma profondi, che insegnano ad amare e apprezzare la vita in tutte le sue espressioni.

Il racconto si  intreccia anche con alcuni momenti cruciali della storia — dall’eccidio di Modena, al muro di Berlino, fino alla tragedia di Marcinelle — eventi che invitano a una riflessione ancora oggi necessaria.

Se imparassimo davvero da ciò che è stato, forse il presente sarebbe migliore.

Comunque  voglio restare fiduciosa. il mare è fatto di gocce. E l'autore, con le sue parole, aggiunge la sua.

“La mia politica”  di Paolo Dapporto ( Edizioni IL Castello 2025) 

11 aprile 2026

IL CUSTODE di Niccolò Ammaniti

 



Tornare a leggere Ammaniti è stato un vero piacere. Questo romanzo, arrivato grazie al regalo di un’amica mi ha riportato alle atmosfere di Io non ho paura (2001), pur muovendosi in una dimensione contemporanea.

Il custode è, prima di tutto, un romanzo di formazione: al centro c’è la crescita e il difficile ingresso nel misterioso e spesso angoscioso mondo degli adulti.

Il protagonista, Nilo Vasciaveo ha tredici anni e vive, insieme alla madre Agata e la zia Rosi, a Triscina, un luogo isolato della Sicilia. La sua non è una vita come le altre: è il custode di un segreto familiare che lo lega profondamente alle sue origini e al territorio in cui è cresciuto.

L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Arianna, donna affascinante e appariscente, e di sua figlia Saskia. Da quel momento, la storia prende una piega sempre più tesa e inquieta.

 Il romanzo ruota attorno a questo segreto - che il lettore conosce - e si sviluppa in un continuo crescendo che conduce a un’epifania e a un finale sorprendente. L’atmosfera è a tratti surreale e grottesca, permeata da una minaccia costante, che può cambiare il destino dei personaggi in un attimo.

Ritroviamo i temi cari all’autore: l’adolescenza, la difficoltà di crescere e trovare il proprio posto nel mondo, i rapporti familiari, e le prime esperienze amorose.

Lo stile è essenziale ma forte, i dialoghi sono ben costruiti. La scelta della prima persona rende la narrazione coinvolgente, permettendo al lettore di entrare in sintonia con Nilo.

Un romanzo che invita a riflettere su quanto il peso delle nostre origini possa condizionare le nostre scelte e quanto sia difficile, a volte, liberarsene. Lo consiglio.

“Il custode” di Niccolò Ammanniti ( ed Einaudi 2026)

02 febbraio 2026

LA PIAZZA DEL DIAMANTE di Mercè Rodoreda

 


La piazza del Diamante è stata senza dubbio una scoperta preziosa. Ho conosciuto questo romanzo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda grazie al consiglio di un’amica e, fin dalle prime pagine, mi ha colpita per la sua intensità.

La storia è narrata in prima persona da Natalia, una donna semplice, appartenente alla classe medio-bassa della Spagna durante la guerra civile. Attraverso la sua voce ingenua e sincera, veniamo accompagnati nella sua vita fatta di sogni, rinunce, difficoltà e silenzi.

Il racconto procede come un flusso di coscienza, con un linguaggio popolare e spontaneo, fatto di frasi brevi e lunghe, spesso senza schemi rigidi. È proprio questo stile a rendere la narrazione così autentica.

Natalia racconta il suo matrimonio con Quimet, un uomo che dice di amarla ma che cerca costantemente di controllarla con un atteggiamento maschilista e autoritario. L’allevamento dei colombi, che finiranno per invadere la casa, nasce da una sua idea, accettata da Natalia – che lui chiama “Colombetta” – contro la propria volontà. I due figli, la guerra civile, l’arruolamento di Quimet, le difficoltà economiche e la fame la conducono lentamente verso una profonda disperazione.

È la storia di una donna che, quasi senza rendersene conto, lotta per affermare se stessa e la propria dignità. Rodoreda riesce a trasformare oggetti, gesti quotidiani ed eventi semplici in emozioni potentissime. Non racconta mai direttamente ciò che i personaggi provano: lo mostra attraverso le loro azioni e pensieri, applicando perfettamente il principio dello show, don’t tell.

Questo è uno di quei libri che restano dentro anche dopo averli chiusi. Una storia forte, delicata e dolorosa allo stesso tempo, capace di coinvolgere e far riflettere.

Consigliato a chi ama i romanzi profondi, le voci femminili autentiche e le storie che parlano, in silenzio, di resistenza e di dignità.

La piazza del Diamante” di Mercè Rodoreda ( ed. La Nuova Frontiera 2020)

05 ottobre 2025

LA COMMEDIA UMANA di William Saroyan

 

«Pensavo che un ragazzo non dovrebbe piangere più, una volta cresciuto, mentre sembra quasi che sia proprio quello il momento di cominciare, perché è allora che apre gli occhi»

Un autore che non conoscevo e che mi ricorda molto John Fante – col suo alter ego Arturo Bandini –collocandosi tra i tanti scrittori americani figli di immigrati, in fuga da realtà belliche persecutorie, alla ricerca di un futuro migliore.

William Saroyan nato negli USA ma di origini armene, ripropone in tutta la sua opera letteraria la propria esperienza di figlio di immigrati, in un contesto diverso in cui riesce a inserirsi con coraggio, ostinazione e umiltà.

Una piacevole scoperta, che ci porta nell’America degli anni Quaranta, in un paese immaginario della California, Ithaca, dove la Seconda Guerra mondiale fa da sfondo morale e affettivo alle vicende quotidiane della famiglia Macauley, segnandone le paure, le perdite e le speranze.

Il protagonista, Homer Macauley, è un ragazzino di quattordici anni che lavora come messaggero telegrafista per portare a casa qualche soldo in più a sostegno della famiglia. Studia di giorno e lavora la sera, consegnando con straordinaria velocità, in sella alla sua bicicletta, i telegrammi alle famiglie del paese. Una figura straordinaria, che emerge per la sua intelligenza, dignità e onestà. Un piccolo grande uomo con una sensibilità unica, pieno di amore e coraggio. Un ragazzo già consapevole del male che affligge il mondo, dell’atrocità delle guerre, dell’odio e della competizione tra gli uomini. Una consapevolezza che lo rende propositivo e resiliente, capace di trasformare le avversità della vita in insegnamento e stimolo di crescita.

Al suo fianco si muovono altri personaggi significativi: Ulysses, il fratellino minore, con lo sguardo meravigliato sul mondo nonostante gli ostacoli (emblematica la scena della trappola nel negozio del signor Covington dalla quale viene liberato grazie al gigante Chris) deliziandoci per la sua innocenza e curiosità; la madre, donna forte e presente, amorevole e saggia, capace di ascoltare senza essere iperprotettiva; Bess, la sorella adolescente che studia al liceo e suona il pianoforte e Marcus, il fratello maggiore arruolato nell’esercito. Una famiglia senza il padre – morto in guerra – ma la cui presenza aleggia costantemente nel ricordo benevolo e nostalgico di ciascuno.

Indimenticabile anche l’anziana insegnante Hicks con i suoi precetti preziosi: «In uno stato democratico tutti sono uguali, ma è fondamentale che ciascuno si impegni per dare il meglio di sé, non importa come […] Che sia ricco o povero, brillante o impacciato, genio o semplicione, per me fa lo stesso, quel che conta è la sua umanità – che abbia un cuore – che ami la verità e l’onore – che rispetti i superiori ma anche le persone più deboli […] Voglio che i miei ragazzi siano persone originali, felicemente diverse».

Il signor Grogan col quale Homer instaura un rapporto d’amicizia e di reciproco aiuto nonostante la notevole differenza di età, gli fa dono di pillole di saggezza, anche con la mente offuscata dall’alcol: «Sii contento di te, sii riconoscente. Cerca di comprendere l’importanza di essere contenti di come si è. Sii contento, perché godrai della fiducia di persone del tutto sconosciute». Un messaggio che racchiude una lezione profonda: credere in se stessi e nella propria identità è una forza vincente e travolgente.

C’è poi Il signor Spangler, che assume il ragazzo comprendendone la necessità, nonostante non abbia ancora l’età e che si ferma spesso a parlare con lui, quasi a colmare la figura paterna mancante.

Tra i personaggi più teneri Lionel, Il miglior amico di Ulysses, evitato dagli altri ragazzi perché ritenuto “scemo” ma amato e reso unico dal piccolo.

Proprio per questo ricco mondo, dove ogni figura rappresenta un tassello importante della storia, definirei La commedia umana molto più di un romanzo di formazione, perché i personaggi che “crescono” sono molti, forgiati dalle prove della vita che ognuno affronta con forza, dignità e orgoglio.

Si avverte il taglio autobiografico – i genitori armeni fuggiti al genocidio, le origini umili, i lavori saltuari dell’autore (tra cui quello di telegrafista) – che rende la scrittura così realistica nella sua linearità e chiarezza.

La commedia umana è una storia di vita in un’ epoca segnata dalla guerra mondiale, scritta con uno stile semplice, caloroso e immediato, che arriva direttamente al cuore.

La scrittura di Saroyan parla di sentimenti, emozioni e valori autentici: la famiglia, il lavoro, la solidarietà, l’amicizia, l’empatia, il rispetto, il sacrificio, la compassione… e soprattutto la speranza.

E a proposito di speranza non posso non citare le parole della madre al figlio: «Nel mondo ci sarà sempre dolore. Questo non significa che si debba perdere la speranza. Un uomo vero si sforzerà di eliminare il dolore dal mondo. Un uomo meschino non lo vedrà nemmeno, tranne che in sé stesso. E un uomo malvagio, per sua disgrazia, porterà al mondo altro dolore, seminandolo dovunque andrà».

Questa aria di speranza è il sottile ottimismo che attraversa l’intero romanzo, come un avvertimento a non lasciarsi sopraffare dallo sconforto e dall’inerzia.

Un libro tremendamente realistico e attuale, delicato ma profondo, senza tempo.

Un romanzo che tutti – grandi e piccini – dovrebbero leggere: una grande scoperta per cui devo ringraziare ancora l’amica del gruppo di lettura che ce lo ha consigliato.

“La commedia umana” di William Saroyan ( ed Marcos y Marcos 2018)

11 giugno 2024

FAUSTO E ANNA di Carlo Cassola

 

Un inno all’amore contro la guerra

Anni Trenta, la storia si svolge tra Volterra, Val di Cecina e Grosseto. Anna e Fausto due giovani di estrazione borghese, si innamorano e si amano. Anna, ragazza semplice, vivace, spigliata, leggera ma non superficiale, intraprendente e sentimentale; Fausto aspirante scrittore, romano d’origine, intellettuale, ateo, più misurato perché concentrato “sul recitare la parte”, riflessivo e con un mondo interiore ricco e complesso abitato dalle influenze e dagli ideali politici del suo tempo. Una relazione un po’ movimentata la loro, che dopo ripetuti alti e bassi, si interromperà, portandoli alla separazione. Fausto tornerà a Roma e Anna conoscerà Miro e si sposerà. Fausto avrà altre donne (conosciute nelle case di tolleranza) senza incontrare il vero amore (idealizzato in Anna)e si dedicherà alla politica, diventando partigiano.

Il romanzo appare diviso in due: una prima parte idilliaca, in cui prevale la favola d’amore, l’atmosfera incantevole della relazione tra i due giovani sebbene a tratti altalenante, in una Volterra bucolica, ben rappresentata e descritta. La seconda parte invece, si fa più cruda, più realistica, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che trasforma lo scenario in una campo di battaglia, vedendo Fausto, impegnato politicamente nella Resistenza, come partigiano insieme ad altri compagni.

Un romanzo di formazione (considerando e il percorso di maturazione e lo sviluppo ideologico dei due protagonisti), dal carattere sociale e storico, ma anche autobiografico, in cui riconosciamo in Fausto, l’autore stesso che si affiancò anch’egli ai partigiani, partecipando attivamente alla Resistenza contro il governo nazifascista. ». Un percorso di crescita e maturazione ideologica, in cui l’esperienza  ci insegna e ci trasforma, proprio come accade ai nostri protagonisti.

Cassola però non ci mostra il movimento in maniera eroica ed esaltante, bensì, in una dimensione molto più realistica, piena di incertezze e dubbi, come quando ci descrive Fausto di ritorno fra i partigiani e «ne ebbe l’impressione della prima volta, un’ impressione di tristezza, di squallore, di sciagurataggine», tanto da non credere «che il comunismo potesse rendere migliore il mondo

L’autore fu anche accusato in questo libro di schierarsi contro la Resistenza, critica smentita da lui stesso nella nota a fine romanzo. Un testo particolarmente difficile per lo scrittore, che fu costretto più volte a correggerlo e revisionarlo dal punto di vista stilistico e ideologico perché rifiutato dalle molte case editrici.

Personalmente ci ritrovo questo suo sentire, il valutare in maniera oggettiva la sua epoca, riflettere e vedere senza esagerate celebrazioni, orientamenti politici, ideali e tendenze, riportate invece in maniera concreta e con sincera passione e coinvolgimento intellettivo ed emotivo.

Una prosa fluida, dai dialoghi chiari, semplici ma ben strutturati che alleggeriscono la narrazione a tratti anche troppo dilatata e particolareggiata.

Una lettura comunque fortemente attuale, un inno all’amore contro la guerra, un monito che non dovremo mai stancarci di ripetere:« La guerra distrugge, non produce. Come mai  i capi non capiscono? Non dovrebbero mai fare la guerra. Non ci dovrebbero esser guerre. Ciascuno a casa sua, a lavorare in pace».

Come le commoventi parole del partigiano caduto, che sembrano uscire dalle sue labbra ormai immobili: «Era un gioco molto bello, questo della guerra […] Ma, vedete, non era un gioco la guerra. Ci siamo sbagliati. Guardate i miei occhi vitrei, la bava sanguigna che mi esce dalla bocca, e quest’orribile colore giallo sparso per tutto il mio corpo! Credevamo di giocare, ed era invece una cosa terribile, spaventosa! Smettete, ragazzi, voi che siete in tempo!».

“Fausto e Anna” di Carlo Cassola ( Oscar Mondadori 2012)

12 aprile 2023

LA SETTIMANA BIANCA di Emmanuel Carrère

 


Adoro La settimana bianca, ultima proposta del nostro Gruppo di lettura, riletto davvero con piacere, offrendomi l’opportunità di cogliere altri aspetti importanti della storia, che non avevo focalizzato in prima battuta, trasportata più dal “filo misterioso” della trama, che dai preziosi ricami attorno ad essa.

Emmanuel Carrère ci introduce gradualmente nel mondo del piccolo Nicolas, accompagnato dal padre col proprio mezzo allo chalet di montagna per trascorrere la settimana bianca insieme ai compagni di classe, che invece sono arrivati in pullman. Tutto ciò perché dieci giorni prima un camion si è scontrato con uno scuolabus uccidendo parte della scolaresca e il genitore non ha voluto correre rischi. Soltanto ore dopo il suo arrivo, il ragazzino si accorge che lo zaino con tutto l’occorrente per la vacanza è rimasto nel bagagliaio dell’auto, dando il via a una catena di eventi e problematiche.

Nicolas ci viene presentato (punto di vista in terza persona) come un bambino “particolare”, stravagante, timido, con« la testa fra le nuvole», oppresso dal padre, che decide per lui, che cerca attraverso un’ iperprotezione smisurata di salvaguardarlo da ogni pericolo e frustrazione. Si  avverte subito, che c’è ossessione, qualcosa di patologico, di assurdo se vogliamo, nell’ atteggiamento dell’uomo che si impone alle buone e sagge regole del vivere civile comune, non permettendo al figlio di confrontarsi, relazionarsi stabilire amicizie e accordi, di crescere. Il disagio aumenta man mano che l’autore ci svela altri indizi. Singolare è la poca presenza della madre (e le sue capacità decisionali) di cui ritroviamo il fantasma in sottofondo (anche nella battuta finale) che si proietta come un’ombra, senza mai davvero apparire in carne e ossa.

Potremmo definirlo un romanzo di formazione, non in prima ma in terza persona, dove il protagonista non è un adolescente ma un ragazzino di dieci anni circa. Nicolas sembra uno stupido, ma in realtà ha un mondo interiore così ricco, articolato e con una sua logica, un animo così sensibile e suscettibile, da giustificare ogni sua azione, anche quelle all’apparenza più insensate. Ci si innamora subito di questo bambino così fragile e incompreso, che con le sue sventure riesce a conquistare subito Patrick l’animatore, ricambiato con fiducia e ammirazione. Patrick assume forse il ruolo di figura antitetica del padre (rigoroso, ossessivo, misterioso), con la sua indole solare, allegra, anticonformista, leggera e trasparente.

Anche se l’autore non ci mette in guardia su qualcosa di specifico, si avverte fin dall’inizio un senso di catastrofe imminente, qualcosa che deve accadere e che non sarà niente di piacevole.

Viene sfiorato appena il tema del bullismo, mettendo solo in risalto le coalizioni all’interno del gruppo scolastico, le regole del più forte (Hodkann) che sovverte il più fragile, e del gregge che segue il capobanda nelle buone e cattive azioni.

Da un punto di vista strutturale mi ha entusiasmato la modalità di narrazione. La storia si svolge nel presente, con flashback sul passato (in cui si apprendono notizie chiave sulla famiglia del piccolo Nicolas) e proiezioni future, ma la cosa che ho trovato più originale, è l’ipotesi continua che l’autore fa su ciò che può accadere facendo parlare il mondo immaginario di Nicolas, rendendoci partecipi diretti delle sue fantasie, paure, angosce, fantasmi interiori. Non è solo entrare nel suo punto di vista, vedere il mondo attraverso i suoi occhi, ma penetrare nella sua mente tormentata, nei suoi pensieri, nel suo modo di ragionare e interpretare ciò che accade intorno a lui, nella sua modalità, cioè quella di formulare possibili vicende future, da renderle altrettanto vere e tangibili come quelle reali. È come se la storia si aprisse a infinite storie, estese possibilità, ognuna non meno importante dell’altra.

Anche le descrizioni sono mirabili esempi di ottima scrittura, dove l’autore senza catalogare niente ci dice tutto:«Anche il pullman aveva l’aria di un animale addormentato: cucciolo dello chalet, stretto al suo fianco, che dormiva a occhi aperti coi suoi grandi fari spenti».Così quando descrive le sensazioni del protagonista: «Nicolas aveva l’impressione di ansimare, di correre a perdifiato dentro di sé, sbattendo contro le pareti, e al tempo stesso sapeva che dall’esterno niente di tutto ciò era visibile []; sembrava che gli organi di Nicolas, spaventati, cercassero rifugio il più lontano possibile dalla parete che quelle mani calde e sicure palpavano[]; Nei canali del suo cervello ostruiti dal gelo i pensieri non riuscivano più a circolare[];Combattuto tra il desiderio di riavere le sue cose e il timore di veder tornare suo padre[]; Provava la sgradevole sensazione di essere il nuovo arrivato a cui niente è familiare e che gli altri sicuramente prenderanno in giro».

Un passaggio che ho trovato particolarmente avvincente e tenero nel farci conoscere il ragazzino, è quando uscendo nella notte nevosa, preoccupato per ciò che è accaduto fra le lenzuola, Nicolas si fa coraggio, nell’abitacolo dell’auto di Patrick, paragonandosi alla Sirenetta, che per divenire donna dovrà in cambio perdere la sua meravigliosa voce; anche lui perderà la voce, morirà di freddo. Nella descrizione accurata della metamorfosi del corpo della Sirena ho intravisto la stessa trasformazione che ogni fanciullo o fanciulla dovrà affrontare al momento dell’adolescenza, momento di passaggio critico e fondamentale per ciascun essere umano. Un’altra riflessione che come un’eco mi è più volte tornata indietro, è che Nicolas appare “incosciente” sui fatti che riguardano la sua famiglia ma proprio perché è un bambino sveglio, come lo definisce Patrick, in realtà sembra che abbia intuito molto di più di ciò che pare, avvicinandosi a una verità che non gli è mai stata svelata, ma che nel suo intimo sembra custodire.

La maestria dell’autore è nel sapere mantenere sempre presente “il segreto”, sempre alta la tensione, prolungando la suspence, mettendoci alla fine un delitto inaspettato (almeno per me) che ingigantisce e continua ad animare l’attesa.

Tutto si cela tra le righe della narrazione, all’apparenza semplice e chiara, ma assai complessa, ben architettata: ogni parola ha un peso, un valore, non viene menzionata a caso, ma ritorna con puntualità e significato (il trasloco della famiglia, il braccialettino brasiliano e i desideri annessi, il padre che dorme giornate intere quando torna a casa e che rivolge domande senza senso e memoria…), insomma un complicato e affascinante marchingegno narrativo.

Il capitolo 26 che inizialmente non avevo compreso, trovandolo fuori contesto ai fini narrativi, è quello invece di maggiore spessore a un’analisi più attenta. Nicolas e Hodkann, si incontrano trentenni, quindi nel futuro, dove l’amico non se la passa granché bene e forse col rancore della menzogna e della beffa subita dal piccolo Nicolas, gli si scaglia contro con un coltello affilato. In queste poche righe l’autore ci ha ridato tutta la speranza che sembrava averci tolto nel finale con l’affermazione dell’animatrice sul destino del ragazzino: «Che vita potrà mai avere?» Ecco, qui si ha la rivelazione della redenzione di Nicolas. La sua salvezza è proprio in questa visione futura dove noi lettori possiamo intravedere che il dramma familiare, non ha creato “un diverso”, ma un adulto che riuscirà a condurre una vita ordinaria (la cartella sottobraccio ne rappresenta il simbolo).

Una lettura davvero sorprendente capace di mantenere alta l’attenzione e l’empatia verso il protagonista e i personaggi molto realistici, fino all’ultima pagina. Da leggere assolutamente.

A.C.

La settimana bianca di Emmanuel Carrère (Gli Adelphi 2014)

10 dicembre 2022

IL GIORNO PRIMA DELLA FELICITA' di Erri De Luca

 

Romanzo breve, di formazione, una storia di vita. Lo Smilzo - orfano cresciuto in un casolare di una Napoli del dopoguerra - diventa Uomo, scoprendo il complesso mondo degli adulti, con le sue peculiarità, contraddizioni, gioie, ostilità, inganni, paure...

Due storie parallele di uguale rilievo, quella del bambino lo Smilzo, voce narrante, e quella di Don Gaetano, portiere del caseggiato dove vivono entrambi, uomo umile, saggio nella semplicità di parola, grande conoscitore dell’animo umano, un po’ profeta. Forse perché sa leggere i pensieri nella mente altrui, Don Gaetano conosce tutto e tutti, e con discrezione si rapporta agli altri. Uniti da un comune destino - orfani entrambi - congiungono le loro solitudini per creare un’ intesa singolare che va oltre i legami di sangue, oltre le convenzioni. Don Gaetano accompagna la crescita del ragazzo senza indottrinamenti. La sua è un’educazione - se proprio le si vuol dare un nome - basata sulla parola e sull’azione, sul dialogo, sull’esperienza, sul ricordo e sulla memoria del passato con il solo scopo di vivere il presente e ipotizzare un futuro «Il passato era una scala e la risalivo». Intorno alle loro vicende personali si inserisce una Napoli intrisa di colore, sapore, odore, che cerca di uscire dalla crisi del dopoguerra. Al presente si mescolano i racconti «Don Gaetano mi passava le consegne  di una storia. Era un’ Eredità», che come flashback  sottolineano la drammaticità della guerra e la consapevolezza delle nostre radici. Lo Smilzo così si fa uomo, accompagnato dalle storie di Don Gaetano, conosce le proprie origini, apprende, sperimenta la vita: amore, sesso, sfida, esilio...

Un romanzo intenso, pieno di sentimento, di amore e gioia nella semplicità di un quotidiano, sufficiente a renderci felici. Stupende le metafore e l’uso sapiente della parola dell’autore, capace di creare suggestioni  incantevoli all’orecchio e alla mente del lettore. A parte il linguaggio forse troppo artificioso del piccolo Smilzo e della sua amica Anna, tutto il resto è sublime, predominando la bellezza e la magia della parola. Come sempre Erri De Luca è una garanzia, per chi legge e per chi, come me, scrive.

A.C

"Il giorno prima della felicità" di Erri Del Luca ( Feltrinelli 2009)


20 settembre 2022

TRE di Valerie Perrin

 

Tre è la terza pubblicazione di Valerie Perrin, dopo Il quaderno dell’amore perduto - fra la pila dei miei libri in attesa - e Cambiare l’acqua ai fiori - grande successo letterario che ho apprezzato moltissimo.

Si potrebbe definire un insolito romanzo di formazione,  perché la maturazione riguarda tre personaggi anziché uno, Etienne, Nina e Adrien, che si conoscono sui banchi di scuola di La Comelle, una cittadina alla periferia di Parigi, e crescono inseparabili anche se con periodi di allontanamento e ravvicinamento.

Etienne occhi azzurri, attraente, atletico, affascinante, esuberante, estroverso, svogliato (sfrutta le abilità degli altri due per ottenere sufficienti risultati scolastici) di famiglia benestante.

Adrien al contrario, delicato, introverso, meditativo, osservatore, riflessivo, intelligente, acuto, granitico da non lasciar trapelare alcun sentimento o pensiero più intimi. Vive con la madre, separata dal marito.

Nina anello di congiunzione tra i due - “sempre al centro, Etienne a sinistra e Adrien a destra”, curiosa, vivace, intelligente, spirito libero e artistico, ama disegnare, ritrarre i volti delle persone a lei care. Vive col nonno, abbandonata dalla madre a pochi mesi.

La voce narrante però è un quarto personaggio, Virginie, che sembra conoscere molto bene i tre amici ma di cui non si capisce bene quali siano i rapporti che la legano a loro. Lo scopriremo col procedere della narrazione e questo è senz’altro un merito e lode alla scrittrice che sa così ben dosare le informazioni, tenendoci costantemente sospesi sul filo della curiosità e della suspence.

In questo già complesso scenario si inserisce una nota “gialla”, la scomparsa di Clotilde, amica di infanzia dei ragazzi, con la quale Etienne aveva una relazione.

Il tema principale è la difficoltà della maturazione, di quel periodo travagliato, difficile, complesso che è l’adolescenza. Ognuno con le proprie radici (come la famiglia che può essere un grande supporto morale, materiale, ma a volte anche ostacolo per uno sviluppo sano e sereno), con il proprio fardello, influenzato da un contesto sociale che può essere lo stesso, ma che restituisce risultati diversi a seconda della personalità, emotività , sensibilità.

Ma c’è anche la forza della solidarietà, della fratellanza - anche senza vincoli di sangue - , dell’amicizia su cui ruota la porta dell’esistenza, cardine fondamentale per non sentirsi mai soli, per condividere momenti felici e spensierati, ma anche il dolore, la sofferenza, la malattia, a volte la morte. Il concetto della diversità - o meglio l’unicità che ci rende diversi - è un valore ampiamente  argomentato, innesco dell’opera, a mio parere.

L’autrice indaga sul senso della vita e della morte, sulla brevità dell’una e dell’inevitabilità dell’altra, sulla precarietà dell’esistenza “è pazzesco quanto sia fragile ciò che un uomo lascia dietro di sé” sull’inganno della vita paragonata alle stelle “quello che vediamo di loro non esiste più. Le stelle sono bugie”. C’è infine tanto rimpianto, la sofferenza nel ricordo di un tempo che non può tornare “Certe volte la nostalgia è una maledizione, un veleno”.

Valerie Perrin è abilissima - già nel precedente romanzo ne aveva data dimostrazione - a muoversi nello scenario abbracciando un periodo di più di trent’anni, che va dal 1985 al 2018. Un intreccio ben articolato in continui e veloci passaggi spazio - temporali che invitano il lettore a non distrarsi,  stimolandolo nella concentrazione e attenzione.

Altrettanto competente e precisa nel ricostruire il momento storico, nel rievocare le atmosfere di quegli anni attraverso le canzoni, le mode, le droghe in voga, i valori, le illusioni, le speranze…

Altro punto a suo favore è la maestria nel saper catturare e coinvolgere il lettore, nonostante questi sappia già cosa è accaduto (perciò meno motivato) attraverso uno stile accattivante e coinvolgente che sa modulare bene con la scelta di un linguaggio semplice e chiaro.

Un libro che ho letto con molto piacere, anche se (volendo fare un confronto), preferisco il precedente Cambiare l’acqua ai fiori per l’atmosfera nostalgica che regna in tutto il libro, per il pathos e la simpatia che il personaggio di Violette Toussaint riesce a esprimere e trasmettere.

Forse in questo romanzo c’è troppo “materiale”, troppe storie nella storia - non a caso è un tomo di più di seicento pagine - in cui trova spazio anche il giallo che a mio parere poteva evitare. Credo che avrebbe sicuramente raggiunto lo stesso successo e prestigio, omettendo queste digressioni, che trovo fardelli pesanti non funzionali alla storia e quindi evitabili. Rimane comunque un romanzo valido che vale la pena leggere. Consigliato.

A.C.

"TRE" di Valerie Perrin ( edizioni e/o 2021)