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02 ottobre 2026

CANNE AL VENTO di Grazia Deledda

 

Non poteva mancare nel nostro gruppo di lettura questo classico di Grazia Deledda, prima scrittrice italiana a ottenere il Nobel per la Letteratura, di cui festeggiamo quest’anno il centenario.

Uscito nel 1913, Canne al vento si apprezza collocandolo nel contesto storico, letterario, politico e sociale dell’epoca e approfondendo il vissuto della scrittrice sarda. Grazia Deledda è stata un’anticipatrice dell’emancipazione femminile, animata dall’impellente desiderio di conoscere ed esplorare la realtà del suo tempo e dalla ferma convinzione di volere scrivere e fare della scrittura una professione, in un contesto familiare e sociale nel quale questa scelta non era certo vista di buon occhio.

Canne al vento è la testimonianza della realizzazione di questo anelito, romanzo chiave di tutta la sua produzione letteraria.

Galtellì è un piccolo paese del Nuorese. Efix, servo della famiglia Pintor, una stirpe aristocratica in decadenza, custodisce un segreto che lo vincolerà per tutta la vita alle sue padrone, Ruth, Ester e Noemi. La sorella minore, Lia, è fuggita giovane da una realtà che le stava stretta, in cerca di fortuna nel Continente, aiutata da Efix che, per facilitarne la fuga, si è macchiato di una colpa. Lia morirà giovane, ma lascerà un figlio, Giacinto, che farà ritorno alla casa materna e verrà accolto dalle zie con gioia, e al tempo stesso con timore. La sua presenza romperà un equilibrio già precario, non soltanto sul piano economico e familiare, ma anche all’interno del piccolo nucleo del paese e dei suoi abitanti.

Efix è la figura chiave del romanzo: integro, umile, giusto, fedele fino in fondo al suo proposito di tutelare e sostenere le sue padrone. È il fulcro della narrazione, protagonista di un viaggio non solo fisico, ma soprattutto interiore, volto all’espiazione della sua colpa. Un personaggio bellissimo, attraverso il quale Deledda rappresenta il sacrificio di chi è disposto ad annullare sé stesso per aiutare gli altri.

La sua vicenda si intreccia con quella della terra che lo circonda. La prosa ha il sapore della poesia e le immagini bucoliche, insieme al mondo animale e vegetale, dominano la scena: il titolo stesso ne è testimonianza. Deledda è una grande conoscitrice della natura, le sue descrizioni sono minuziose, dettagliate, poetiche. Ogni pianta ha il suo nome, la sua storia, il suo posto nel paesaggio sardo:

«La pianura ondulata con le macchie grige delle sabbie, e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la nuvola color malva e oro delle montagne nuoresi».

E ancora:

«Ecco la striscia coltivata a ceci, pallidi, già entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di narcisi ed è di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi».

La Sardegna assume un ruolo centrale, onnipresente, quasi fosse essa stessa un personaggio del romanzo. Una terra segnata dall’ acqua, dal fuoco, dalla terra e dal vento, elementi che accompagnano e condizionano la vita degli uomini.

Anche i personaggi secondari sono potenti, caratterizzati attraverso azioni, gesti, parole e posture. Ne è esempio, Kallina, l’usuraia, così descritta:

«Una fila di coralli le circondava il lungo collo giallo rugoso, due pendenti d’oro tremolavano alle sue orecchie come gocce luminose che non si decidevano a staccarsi. Pareva che invecchiando ella avesse dimenticato di togliersi quei gioielli di giovinetta».

In queste poche righe l’autrice restituisce l’indole dell’anziana, insoddisfatta e ingorda, per la quale la vita sembra non avere scadenza e il tempo essere infinito.

Peccato , misericordia ed espiazione costituiscono una sorta di struttura portante e si intrecciano alle credenze popolari, ai  folletti del bosco, alle Panas, alle fate, a quelle forze misteriose, malvagie o benevole, che possono influenzare gli uomini, aiutarli o prevaricarli. Dio veglia sul mondo e sull’umanità, come a chiederle di sopportare il proprio destino.

E proprio il destino è uno dei temi che percorre tutto il romanzo. L’uomo corre, si affanna, prova a cambiare la propria sorte, ma finisce per arrendersi a qualcosa di più grande di lui : «Non possiamo fare la sorte» commenta Efix.

Nonostante tra le righe si legga una critica al costume arcaico e patriarcale, nella narrazione rimane fortissimo il legame di Deledda con la propria terra, con le sue tradizioni, la spiritualità e il valore delle relazioni.

Ed è forse proprio qui che risiede la forza di Canne al vento, negli uomini, nelle donne che, come canne , si piegano sotto il peso della vita e del destino, cercando di non spezzarsi. Un’umanità attraversata dal vento della sorte.

Canne al vento di Grazia Deledda ( Rizzoli 2008)

16 novembre 2025

IL VALORE AFFETTIVO di Nicoletta Verna

 

«Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita»

L’esordio letterario di Nicoletta Verna, è stato davvero una piacevole scoperta: un romanzo dalla scrittura matura, intensa e profondamente consapevole.

La storia narra di una famiglia felice, simile a molte altre negli anni del boom industriale. Al centro, due bambine, Bianca e Stella, unite da un sentimento di sorellanza indissolubile, finchè un evento tragico infrange quell’equilibrio e stravolge per sempre il modello familiare. La morte di Stella lascia un vuoto incolmabile: Bianca rimane sola, la sua vita non sarà più la stessa, tormentata dal senso di colpa e dalla convinzione di avere avuto un ruolo significativo, nella tragedia. Anche gli adulti cedono al dolore: la madre si chiude in una depressione autodistruttiva, mentre il padre sceglie di allontanarsi per rifarsi una nuova esistenza.

La bellezza straordinaria di Bianca, diventa l’ elemento vincente per farsi strada nel mondo della televisione, più per compiacere la madre - ipnotizzata dallo schermo - che per convinzione personale. E qui, il romanzo offre interessanti spunti di riflessione sulla televisione spazzatura, pensata per distrarre, per non far pensare, per trasformare gli individui in consumatori passivi, privati del senso critico e pieni di falsi bisogni. «La merce mira al cuore del consumatore, lo spoglia di ogni artificio finchè non è in preda al desiderio più atavico: un onnivoro senso di possesso».

Nella sua ricerca di equilibrio, Bianca incontra Carlo, un cardiochirurgo affascinante, ammirato da tutte le studentesse dell’Università in cui insegna. Tra i due inizia una relazione di affetto e passione. Lui la adora e Bianca sembra ricambiare con gentilezza e docilità. Ma Bianca ama davvero Carlo? O dietro quel legame si nasconde qualcos’altro? In ogni caso non è la vicenda romantica il cuore pulsante del romanzo: il fulcro è il senso di colpa di Bianca che attraversa ogni sua scelta dando inizio a un percorso di crescita, consapevolezza e accettazione di sé.

 «Qual è il prezzo esatto del senso di colpa? Il valore monetario del valore affettivo?»

La potenza del libro risiede tutta in Bianca, un personaggio di grande spessore, capace di precipitare nell’abisso più cupo, e al tempo stesso, di riemergere con dignità e forza, in un continuo alternarsi di cadute e risalite.

Lo stile dell’autrice è nitido e controllato, ogni frase scelta con cura, il registro sobrio ma emotivamente denso, in cu isi alternano sequenze riflessive a quelle narrative. Il ritmo è vario anche se serrato.

La trama, costruita in prima persona, non segue un ordine cronologico lineare, ma con salti temporali, di scene che, come scatti fotografici, rivelano la storia a poco a poco, lasciando emergere conflitti e interrogativi, spesso senza risposta.

Ho letto Il valore affettivo tutto di un fiato, catturata dalla capacità dell’autrice di “agganciare” il lettore fino alle ultime pagine, soprattutto riguardo la disgrazia che avvolge gran parte della vicenda, svelata solo quasi al termine del romanzo.

La scrittura di Nicoletta Verna dà voce alle emozioni, anche quelle scomode e meno nobili, che fanno comunque parte di noi. Alla fine, ciò che resta è la certezza che il valore affettivo non si misura in colpe, ma nel coraggio di riconoscersi per ciò che si è davvero. 

“Il valore affettivo” di Nicoletta Verna ( ed.Einaudi 2021)