Non poteva mancare nel nostro gruppo di lettura questo classico di Grazia Deledda, prima scrittrice italiana a ottenere il Nobel per la Letteratura, di cui festeggiamo quest’anno il centenario.
Uscito nel 1913, Canne al vento si apprezza collocandolo nel contesto storico, letterario, politico e sociale dell’epoca e approfondendo il vissuto della scrittrice sarda. Grazia Deledda è stata un’anticipatrice dell’emancipazione femminile, animata dall’impellente desiderio di conoscere ed esplorare la realtà del suo tempo e dalla ferma convinzione di volere scrivere e fare della scrittura una professione, in un contesto familiare e sociale nel quale questa scelta non era certo vista di buon occhio.
Canne al vento è la testimonianza della realizzazione di questo anelito, romanzo chiave di tutta la sua produzione letteraria.
Galtellì è un piccolo paese del Nuorese. Efix, servo della famiglia Pintor, una stirpe aristocratica in decadenza, custodisce un segreto che lo vincolerà per tutta la vita alle sue padrone, Ruth, Ester e Noemi. La sorella minore, Lia, è fuggita giovane da una realtà che le stava stretta, in cerca di fortuna nel Continente, aiutata da Efix che, per facilitarne la fuga, si è macchiato di una colpa. Lia morirà giovane, ma lascerà un figlio, Giacinto, che farà ritorno alla casa materna e verrà accolto dalle zie con gioia, e al tempo stesso con timore. La sua presenza romperà un equilibrio già precario, non soltanto sul piano economico e familiare, ma anche all’interno del piccolo nucleo del paese e dei suoi abitanti.
Efix è la figura chiave del romanzo: integro, umile, giusto, fedele fino in fondo al suo proposito di tutelare e sostenere le sue padrone. È il fulcro della narrazione, protagonista di un viaggio non solo fisico, ma soprattutto interiore, volto all’espiazione della sua colpa. Un personaggio bellissimo, attraverso il quale Deledda rappresenta il sacrificio di chi è disposto ad annullare sé stesso per aiutare gli altri.
La sua vicenda si intreccia con quella della terra che lo circonda. La prosa ha il sapore della poesia e le immagini bucoliche, insieme al mondo animale e vegetale, dominano la scena: il titolo stesso ne è testimonianza. Deledda è una grande conoscitrice della natura, le sue descrizioni sono minuziose, dettagliate, poetiche. Ogni pianta ha il suo nome, la sua storia, il suo posto nel paesaggio sardo:
«La
pianura ondulata con le macchie grige delle sabbie, e le macchie giallognole
dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in
mezzo come il pistillo nel fiore, i monticoli sopra i paesetti e in fondo la
nuvola color malva e oro delle montagne nuoresi».
E ancora:
«Ecco la
striscia coltivata a ceci, pallidi, già entro le loro bucce puntute: ecco le
siepi di gravi pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di
narcisi ed è di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come asfodeli,
ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi».
La Sardegna assume un ruolo
centrale, onnipresente, quasi fosse essa stessa un personaggio del romanzo. Una
terra segnata dall’ acqua, dal fuoco, dalla terra e dal vento, elementi che
accompagnano e condizionano la vita degli uomini.
Anche i personaggi secondari sono potenti, caratterizzati
attraverso azioni, gesti, parole e posture. Ne è esempio, Kallina, l’usuraia,
così descritta:
«Una fila di coralli le
circondava il lungo collo giallo rugoso, due pendenti d’oro tremolavano alle
sue orecchie come gocce luminose che non si decidevano a staccarsi. Pareva che
invecchiando ella avesse dimenticato di togliersi quei gioielli di giovinetta».
In queste poche righe l’autrice restituisce l’indole dell’anziana, insoddisfatta e ingorda, per la quale la
vita sembra non avere scadenza e il tempo essere infinito.
Peccato ,
misericordia ed espiazione costituiscono
una sorta di struttura portante e si intrecciano alle credenze popolari, ai folletti del bosco, alle Panas, alle fate, a quelle forze misteriose, malvagie o benevole, che
possono influenzare gli uomini, aiutarli o prevaricarli. Dio veglia sul mondo e
sull’umanità, come a chiederle di sopportare il proprio destino.
E proprio il destino è
uno dei temi che percorre tutto il romanzo. L’uomo corre, si affanna, prova a
cambiare la propria sorte, ma finisce per arrendersi a qualcosa di più grande
di lui : «Non possiamo fare la sorte»
commenta Efix.
Nonostante tra le righe si legga una critica al costume arcaico e
patriarcale, nella narrazione rimane fortissimo il legame di Deledda con la
propria terra, con le sue tradizioni, la spiritualità e il valore delle
relazioni.
Ed è forse proprio qui che risiede la forza di Canne al vento, negli uomini, nelle
donne che, come canne , si piegano sotto il peso della vita e del destino,
cercando di non spezzarsi. Un’umanità attraversata dal vento della sorte.
Canne al vento di Grazia Deledda ( Rizzoli 2008)