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26 dicembre 2025

EPEPE di Ferenc Karinthy

 

«Che ci faceva lui qui, e che cos’era questo qui, dove era, in che città, paese, continente, in quale dannata parte del mondo era finito?»

Cosa faremmo se all’improvviso venissimo catapultati in un paese sconosciuto, tra un popolo frenetico e poco disponibile, che parla una lingua indecifrabile, rendendo difficilissimo esternare ogni nostra necessità? È possibile sopravvivere a una tale condizione? Come se ne può uscire? È questa la suspense che pervade l’intero libro, e che spinge il lettore verso la ricerca di una soluzione che sembra non esserci.

Non conoscevo Ferenc Karinthy (Budapest 1921-1992) e trovo questa opera assai originale e ben costruita, credibile, capace di mantenere un’altissima tensione nonostante la lunghezza della prosa, la mancanza di azioni o fatti eclatanti che imprimano svolte significative alla narrazione e l’assenza quasi totale di dialoghi (cosa di non poco conto).

Eppure nonostante questo, la lettura scorre senza intoppi: attrae, coinvolge, emoziona.

Budai è un linguista di professione, in viaggio per una conferenza a Helsinki. Ironia della sorte, o per un fortuito errore, si ritrova su un aereo sbagliato, giungendo in una destinazione sconosciuta: un paese bizzarro e convulso, affollatissimo, dove uomini e donne parlano una lingua incomprensibile, non assimilabile a nessun’altra, priva di regole apparenti e in continuo mutamento.  

Trasportato dalla folla in un albergo dove soggiorna per un breve periodo, Budai, dopo l’iniziale smarrimento e l’incredulità per l’assurda situazione, comincia a interagire con questa nuova realtà, mettendo in atto ogni strategia possibile per uscire dall’incubo che sta vivendo. La simpatia e la relazione con Epepe – o Dede o Etete – la giovane ascensorista dell’albergo, rappresenteranno il contatto più ravvicinato e intimo che riuscirà a instaurare, mentre si muove in un paese il cui denominatore comune sembra essere la parola “eccesso”.

Una storia surreale, kafkiana, che ha come tema centrale l’incomunicabilità – l’incomprensione linguistica, componente significativa delle relazioni umane – e, per contrasto, l’importanza del confronto e dell’interscambio per poter progredire e trovare soluzioni. Budai tenterà in ogni modo, grazie alle sue competenze  linguistiche e antropologiche, di dipanare questa enigmatica matassa di segni e suoni, per comprendere infine che il linguaggio dei sentimenti e delle emozioni è quello universale che ci accomuna tutti: amore, pietà, amicizia, accoglienza, rabbia, desiderio di libertà.

Una prosa ricca di descrizioni dettagliate e precise fa da cornice all’estenuante ricerca di una via di fuga, un varco, una speranza.

Una lettura sorprendente, angosciante e potente, che resta addosso anche a libro chiuso. Sì, perché ci si immedesima così tanto nel protagonista che viene da chiedersi: E se fosse capitato a me? Cosa farei in una situazione simile?

Interrogativi che portano a riflettere sull’importanza della comunicazione verbale, della comprensione, del valore dell’accoglienza e dell’ascolto.

Epepe è una potente metafora della vita stessa, nella ricerca disperata di un senso: un uomo – come un neonato – che capita, o nasce, in un luogo mai visto, costretto a decifrare il mondo, a creare relazioni, a lottare per essere riconosciuto.

Un viaggio estremo attraverso l’incomunicabilità, che mette a nudo la fragilità, e insieme la straordinaria capacità di resistenza dell’essere umano.

Budai riuscirà a tornare al suo paese, alla sua origine?

 “Epepe” di Ferenc Karinthy ( ed. Gli Adelphi 1999)

23 agosto 2023

LA TERAPIA DEL BAR di Paolo Ciampi

 



«Siete qui e tanto vi basti, questo è il vostro posto. Cercate il profondo alla superficie. Rilassatevi, deponete ansie e smanie, prendetevi il vostro tempo: non c’è bisogno di una crociera o di una spa, con relativo salasso per il vostro conto. Questa cura è alla portata di tutti. Sfogatevi con i vostri silenzi e le vostre chiacchiere. Siate voi stessi oppure siate quello che millantate di essere, che è un altro modo di essere voi stessi».

Il bar come cura, un luogo che come una buona medicina sa alleviare le sofferenze, alleggerire e placare gli animi tormentati, soddisfare la sete e la fame del viandante, accogliere senza pretese sia chi cerca la solitudine e chi invece la compagnia; il bar cuore di ogni paese, del divertimento e del gioco (che nostalgia i flipper di un tempo), cassa di risonanza di chiacchiere, pensieri liberi, accordi o disaccordi, risate o lamenti, discussioni per affermare idee e ideali, per raccontare sogni, aspirazioni, e speranze; il bar approdo, dimora e rifugio di anime erranti, in cerca di una tregua, di una zona franca dove recuperare e ritrovarsi.

Un viaggio nella varietà dei bar di tutto il mondo (bar di paese, lounge bar, pub, caffè, enoteche, bar di passaggio o bar dove sedersi, bistrot, case del popolo, ecc..), che l’autore ha conosciuto e frequentato e che ci mostra con sottile minuzia, descrivendone le peculiarità, curiosità, a volte stravaganze dove la figura del barista «la certezza cartesiana nell’universo caotico multiforme [] se il bar è teatro – e lo è – è lui, senza ombra di dubbio, l’attore protagonista».

Un cammino nell’etica del bar e di chi lo abita arricchito da riferimenti, collegamenti e citazioni letterarie, cinematografiche, musicali che diviene un divertente e accurato vagabondare nell’universo dei caffè somministrati in cento maniere diverse, delle bibite calde e fredde, degli alcolici e superalcolici, degli aperitivi così tanto di moda e dai nomi impronunciabili, ma anche degli spuntini consumati in fretta, dei cornetti caldi e profumati all’alba di un nuovo giorno.

Non manca la spiegazione etimologica della parola bar (anzi più di una) di cui personalmente preferisco quella dell’acronimo, ma che non svelerò per non togliervi il piacere di scoprirlo da soli.

Un libro di nemmeno cento pagine, rinfrescante come una birra alla spina, pratico, tascabile, una lettura piacevole e stimolante, ottimo rimedio se somministrata e letta in questa calda e afosa estate.

08 giugno 2023

LA VITA FINO A TE di Matteo Bussola

 


Devo ringraziare la mia amica Caterina per il consiglio di lettura, perché non conoscendo l’autore, l’immagine della coppia sullo sfondo di una piazza in copertina (molto bella senza dubbio) non avrebbe catturato il mio interesse relegando il libro al genere romantico/sofferto  ̶  un lui e una lei che si amano  ̶  e che, come si evince dal titolo, presuppone una destinazione felice. Devo però ammettere il mio errore (e presunzione), perché le cose non stanno affatto così, l’amore domina il testo è vero, è un punto focale del romanzo, ma non è solo ed esclusivamente questo.

Nel libro non c’è una trama nel senso comune del termine, ma molte trame, storie che si collegano sul grande scenario della Vita, il cui tessuto è ordito col filo del sentimento. Un romanzo e al contempo una raccolta di brevi racconti, dalla scrittura fluida, intensa, rinfrescante, che mi sono bevuta con piacere in poche ore. E questo grazie alla capacità empatica, al modo diretto e colloquiale dell’autore, agli aneddoti divertenti, ai frequenti e piacevoli viaggi temporali negli anni settanta che rappresentano anche l’epoca della mia gioventù. Mi ha sorpreso quel suo autodefinirsi un fumettista (per passione) più che uno scrittore (per denaro), perché non sono riuscita a vedere l’aspetto venale della sua prosa, che avverto invece autentica e sincera. Non conosco le sue qualità di disegnatore ma le sue abilità di scrittore sono senza dubbio notevoli, proprio in merito a questa capacità di conquistare e coinvolgere emotivamente il lettore.

La  narrativa sa essere incalzante (in prima persona, a volte in seconda), avvolgente, profonda, ricca di spunti di riflessione, meditazioni, dubbi e certezze che ci riguardano, quesiti per chi (come me) si interroga di continuo, che cerca risposte a ogni domanda, che non si basta mai.

C’è tanto Amore (come dicevo), sentimento che può offrire opportunità: «L’amore è piuttosto diventare un’occasione l’uno per l’altra. Quella di comprendere il diverso da noi, quel diverso che però ci portiamo anche dentro. E di riconoscerlo. E di accettarlo. E di imparare il significato, ogni giorno». L’amore come occasione, come casualità, mondi distanti che si incontrano e si confrontano: «Gli amori migliori, quelli davvero inaffondabili, uniscono spesso geografie umane distanti, sono quelli che nessuno riesce a spiegarsi il perché e sulla carta non gli avresti dato due soldi. Eppure». L’amore come accoglienza, come riconoscimento della diversità, senza abnegazioni o vittimismi, da trasformare in un punto di forza e novità: «Il punto non è rinunciare a essere sé stessi, annullandosi in una relazione, ma trovare l’elemento giusto che si combina con te e si valorizza».

C’è il Maschile e Femminile a confronto e la presunzione dell’uomo di sentirsi superiore, causa di tanta violenza, purtroppo cronaca quotidiana, su cui dovremmo soffermarci a riflettere e a trovare soluzioni immediate: «Le donne non sono tanto la metà del cielo che ci manca, ma quella che ci mette in comunicazione con una parte di noi, che troppo spesso ci neghiamo, e questa parte non sta né in cielo né in Terra, ma ben nascosta dentro, seppellita sotto tonnellate di stronzate. Per questo le donne non ci completano, ma ci cominciano, mentre noi uomini invece a volte le finiamo, ed è questa la vera tragedia».

Non manca il tema del viaggio, una modalità di realizzare la consapevolezza che «ogni posto, con un po’ di impegno, potrebbe diventare casa tua[…]. Questo cambia la tua visione del mondo, l’approccio a luoghi e persone, ma ti fa anche capire che casa tua rimane quel posto dove non c’è solo la bellezza che ti capita ma principalmente quella che hai scelto, quella che è lì proprio perché tu la vuoi».

Un libro che ci regala scene di vita quotidiana, la nostra, sostenuta da bellissime descrizioni, che vanno oltre l’ovvietà del quotidiano, senza quel velo di banalità che le caratterizza. Tutto ciò che ci accade diviene unico e straordinario, se sappiamo coglierne il senso e la bellezza. Se poi l’affrontiamo con ironia (il libro ne è pieno), col sorriso anche nelle vicende più dolorose, con  piglio leggero ma profondo, vivremmo decisamente meglio e più appagati.

La vita ci mette ogni giorno di fronte a prove, occasioni per sfoderare il carattere e far chiarezza con noi stessi: «Se avessimo più coraggio nel dire agli altri chi siamo, dichiarare la nostra condizione senza tanti infingimenti, evitando di raccontarci storie, forse vivremo con meno paure».

Non manca una visione positiva, ottimista sull’esistenza di ogni essere umano legata alle proprie scelte, al libero arbitrio e provo sollievo pensando che, come dice l’autore «La vita, se la ascolti bene e al netto delle tempeste, alla fine ti porta sempre sulla tua isola, precisamente nel luogo in cui devi trovarti».

Una lettura stimolante che ci lascia un buon sapore in bocca, come quando beviamo un ottimo vino, e ci gira un po’ la testa, quel tanto che basta per percepire forme, colori, dettagli che nella sobrietà non riusciremmo a cogliere e ad apprezzare.

A.C.

La vita fino a te di Matteo Bussola (Einaudi 2018)