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16 gennaio 2025

RITRATTO IN PIEDI di Gianna Manzini

 

«La terra come il cielo deve essere di tutti: è già troppo quella che uno occupa con la cassa da morto».

Una lettura senza dubbio assai originale, una modalità nuova e sperimentale di offrire al lettore l’immagine di un uomo che con la sua salda ideologia anarchica, dette un importante contributo socio politico culturale alla sua epoca.

Chi era Giuseppe Manzini, nato nell’ottobre del 1853 a Pistoia?

Ce lo presenta così l’autrice, in una delle non molte descrizioni fisiche del padre che ricorda con amore, ripercorrendo con dichiarata difficoltà, le tappe del loro vissuto insieme.

Un uomo la cui «giacca di velluto marrone, sbottonata, lascia molto scoperta la camicia. I calzini sono vecchi logori, ma ben sostenuti da una cintura di cuoio. Non porta cravatta[….] Ha le spalle larghe il babbo. È sempre stato diritto. Tiene, al solito, la testa alta. Un atteggiamento non di alterigia; ma di sfida ,sì. Lealtà e chiarezza dichiarate esponendo la fronte spaziosa[…] Gli occhi sono marrone; e, a causa di tanta concentrazione, non sembrano grandi. Si negano così il lusso di essere grandi».

Ritratto in piedi più che la biografia di un anarchico, la narrazione delle vicende politiche, sovversive e umanitarie che hanno caratterizzato la sua vita, vuole essere soprattutto commemorazione, valorizzazione di un uomo attraverso le parole della figlia, una figlia che – come ben spiega in queste pagine – è tormentata dai sensi di colpa, dalla vergogna di essersi allontanata da lui preferendo strade più facili e frivole che la società le proponeva; dal rimpianto per non aver trascorso maggior tempo con lui , di non aver alimentato il loro rapporto con lo stesso entusiasmo che animava la bambina di un tempo.

È un libro testimonianza, un libro in cui l’autrice si espone e narra di sé oltre che del padre, con la volontà di ricordarlo, senza una sequenza cronologica precisa, ma attraverso le emozioni suscitate da luoghi, eventi, persone, accadimenti; una sorta di riconciliazione, forse, un modo, per esprimere la sua riconoscenza e l’orgoglio nei confronti del padre e alleggerire il suo senso di colpa nutrito per lungo tempo.

Gianna Manzini è un’attenta osservatrice del dettaglio, del microcosmo ( come l’osservazione della formica durante il pranzo con la famiglia materna), sa intrattenere il lettore con bellissime metafore, esprimere le sfumature delle emozioni che la abitano, attraverso immagini e sensazioni come questa: «Ascoltandolo, divenni via via come un seme perduto fra le pieghe della terra: adagio la mia fisica ottusità parve sfogliarsi; ma erano fogli pesanti, compatti, quasi marmorei… riuscii a presentire quanto può pesare un dolce bambino in collo; sì che mi dolevano vagamente non solo le braccia, ma le reni e l’inguine».

Del Manzini anarchico si trovano alcuni passaggi, come lo sciopero a capo degli operai nella fabbrica del cognato – motivo della rottura con la famiglia materna – , i discorsi e le pubblicazioni anarchiche, l’amicizia con Malatesta, il suo esilio nell’Appennino pistoiese fino alla morte per infarto a seguito di un’ intimidazione fascista. Quello che prevale invece nella narrazione è l’aspetto emotivo, sentimentale, morale dell’uomo che l’autrice riesce a far emergere tanto da renderlo memorabile.

La lettura non è facile, nonostante la musicalità dei periodi che risultano assai articolati e complessi. La Manzini si concede la libertà di osare, di compiere salti temporali e spaziali, di vagare nel suo scrigno di ricordi, sentimenti ed emozioni intorno alla figura del padre, immaginare dialoghi, colloqui, incontri raccontati e forse mai testimoniati.

Risultato una grande prosa di qualità, dove si avvisa la ricerca della parola, una scrittura senza dubbio elegante, unica, raffinata. Un arcobaleno continuo di ampie metafore ma ben assortite, una lettura, come ripeto, difficile  ma che vale la pena di conoscere.

“Ritratto in piedi” di Gianna Manzini (Oscar Mondadori 2024)

29 ottobre 2024

IO, BEATRICE CENCI una ragazza romana di Nicoletta Manetti

 



IO, BEATRICE CENCI una ragazza romana di Nicoletta Manetti

«Leggo giusto l’introduzione dell’avvocato Paola Pasquinuzzi  – donna affabile ed empatica che ho avuto il piacere recentemente di ascoltare in una conferenza sulla violenza di genere – e poi chiudo» mi sono detta per rispetto a tutti i libri impilati sul comodino che attendono il proprio turno di lettura. Da quella son passata al sonetto di Marco Vichi «Giusto una pagina e chiudo davvero» ma da lì è stato facile lasciarsi travolgere dalla scrittura magistrale di Nicoletta Manetti, scivolare nella narrazione «Chi è questa Beatrice, dal volto così angelico?». Le pagine si susseguivano una dopo l’altra, difficile arrestare la caduta.

Sì perché non si può fare a meno di rimanere coinvolti nella storia di questa ragazza romana, così indifesa e fragile all’apparenza, ma al contempo forte, determinata e tenace, che a soli venti anni, condusse una battaglia impossibile per il suo tempo.

Pochi ne conoscono la vita  breve e infelice, forse per questo l’autrice ha voluto riportarla in luce, allo sguardo e all’attenzione di una società che continua a commettere gli stessi e assai peggiori errori.

Una storia perciò, che ha bisogno di essere raccontata e in questa, Nicoletta sensibile a ogni ingiustizia, ha voluto prestare voce e cuore. Una vicenda tremendamente attuale che ci fa riflettere e constatare che poco è cambiato in tutti i secoli trascorsi, solo il contesto e le modalità.

Nasce così una testimonianza accorata – narrata in prima persona – in cui si dispiegano gli eventi della vita della protagonista: la nascita nella nobile famiglia Cenci, l’infanzia spensierata dalle suore francescane insieme alla sorella, e poi il baratro nelle fauci del mostro, suo padre; le fughe e le strategie di alleanza con la matrigna Lucrezia – anche lei vittima del marito – e con Marzio e Olimpo uomini al suo servizio e amanti; l’illusione di riscatto e la promessa di amore con l’abate Guerra; la reclusione alla Rocca di Petrella sul Salto; il parricidio, la galera e il lungo processo che la vide colpevole di un atto che era solo risposta di difesa e sopravvivenza.

L’autrice ci propone questa tragica storia con una delicatezza straordinaria, da togliere il peso della violenza e brutalità, valorizzando invece il desiderio di amore e di vita di Beatrice. Il tutto in maniera precisa, dettagliata e documentata, come è suo solito.

Ritrovarsi all’ultima pagina  è un attimo: succede sempre così coi libri di Nicoletta, rimane la nostalgia della lettura terminata insieme all’ eco e all’emozione della storia, come un buon cibo di cui non si è mai sazi e che mantiene vivo il piacere dell’ultimo boccone.  

Una lettura davvero appassionante, un racconto drammatico e struggente che ci rivela tutta la forza e fermezza di una donna che a soli vent’anni, lottò con tutta se stessa per la Giustizia e il riconoscimento di un diritto – quello di vivere – e di un’assoluzione che la stoltezza della sua epoca non vollero riconoscere.

Io , Beatrice Cenci Una ragazza romana” di Nicoletta Manetti ( Angelo Pontecorboli Editore Firenze 2024)

28 ottobre 2024