Dopo aver apprezzato la scrittura di Mia madre è un fiume e L’arminuta, mi sono avvicinata a questo romanzo con alte aspettative, che sono state confermate o addirittura superate.
Il titolo e l’immagine del libro possono trarre in inganno. Bella mia, non si riferisce a una donna, ma a L’Aquila, una città ferita dal terribile sisma del 6 aprile del 2009, evento in cui morirono oltre trecento persone.
Al centro della narrazione troviamo Caterina, gemella di Olivia.
Pur essendo molto simili fisicamente, sono profondamente diverse nel carattere. Forte, solare, positiva Olivia, quanto delicata, crepuscolare e pessimista l’altra. Il destino ha scelto di portarsi via Olivia, lasciando a Caterina il peso della colpa della perdita della sorella “giusta”, una donna piena di progetti , madre di un adolescente : «Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. La sua vita sarebbe stata più utile, avrebbe cresciuto il ragazzo».
L’Aquila e Il terremoto non sono semplici scenari, ma i protagonisti assoluti, descritti dalla Di Pietrantonio in maniera così realistica che sembra davvero di respirare la polvere dei crolli e toccare con mano le macerie della “zona rossa”.
I personaggi si muovono in una quotidianità frammentata, priva di una rigida continuità temporale. Il tempo sembra seguire regole proprie, a volte accelera, rallenta, a volte si ferma. Come nella notte del 6 aprile 2009 alle ore 3.32.
Significativa è l’elaborazione del lutto, il lavoro interiore che ogni protagonista compie su se stesso.
La madre vive nel ricordo, nella disperazione di chi ha perso una figlia, ma trova conforto nella preghiera e nella quotidianità delle semplici cose: cucinare, accudire la casa – le C.A.S.E costruite per gli sfollati – portare i fiori al cimitero, scaricando sul genero la colpa della perdita: «Se fosse rimasto con lei, non sarebbe tornata a L’Aquila a morire».
Marco affronta i problemi dell’adolescenza e il conflitto col padre, musicista che vive a Roma. Ribelle alle regole, marina e sminuisce scuola e istruzione, cercando di ricostruirsi un angolo di quiete nel passato distrutto, in maniera molto singolare. Descritto con un realismo straordinario, a partire dall’aspetto – i capelli ricci e appiccicosi, i brufoli gonfi e rossi, le gambe lunghe e magre…– per arrivare alle emozioni che si muovono dietro questa facciata: rabbia, insicurezze, ironia, desiderio di appartenenza.
E poi c’è Caterina, un’artista che crea e dipinge ceramiche, che ha scelto una vita indipendente, senza figli. Per questo, prendersi cura del nipote, le appare un compito ancora più gravoso. Il suo continuo rimuginare e il confronto con la sorella scomparsa, troverà nell’arte una possibilità di salvezza.
I rapporti familiari tra zia e nipote, madre e figlia, padre e figlio, nonna e nipote, si intrecciano in modo assai complesso e doloroso, ma sempre sostenuti da una profonda umanità.
La prosa della Di Pietrantonio spesso rasenta la poesia, trasformando l’ emozione in azione e viceversa, senza sentimentalismi o inutili pietismi. Una narrativa concreta e realistica che oggettivizza la tragedia collettiva e personale, invitando a riflettere sull’imprevedibilità della vita e sulla fragilità dei nostri progetti.
Nonostante la sciagura, tra le pagine affiorano bagliori di speranza: la ricostruzione di un paese, le amicizie ritrovate, la salvezza nell’ arte e la possibilità di una relazione desiderata.
Bella mia è un’opera notevole, un messaggio di resilienza e di fiducia dove ogni parola è pesata con maestria, rispetto e cura.
“Bella mia” di Donatella Di Pietrantonio ( ed, Einaudi 2019)