«…
il mondo intero parve in baruffa e subbuglio, per disordine bruto d’incoerenti
cupidigie».
Scrivere una recensione su Virginia Woolf non è semplice. La
sua opera possiede una tale profondità da mettere quasi in soggezione il
lettore, come se ci si trovasse al cospetto di qualcosa di sacro, difficile da toccare,
ancor più da interpretare.
Virginia Woolf è stata una donna di rara sensibilità, immersa
nel suo tempo, dotata di un’intelligenza superiore e di un carisma sottile ma tenace.
La sua esistenza fu segnata da un profondo mal di vivere – gravi crisi
depressive – che la condusse, all’età di cinquantanove anni, a porre fine alla propria
vita.
La sua prosa è unica. Intensa e articolata, con frasi lunghe
che si dipanano nel flusso di coscienza,
ricche di immagini, metafore, similitudini. È una scrittura che scava nell’animo
umano e fa emergere le più intime sfumature, riuscendo a sviscerare i
sentimenti che muovono i personaggi. Ogni dettaglio, ogni gesto, ogni pensiero
è funzionale a restituire un’emozione. Ciò che interessa alla Woolf non è tanto
l’azione in sé, quanto ciò che la genera: il moto interiore, spesso invisibile,
che guida l’essere umano.
Testimonianza di ciò è Gita
al faro, uno dei romanzi più significativi dell’autrice. L’opera è divisa
in tre parti, in cui il tempo è la variabile strutturale del racconto. È la
storia di una famiglia benestante, circondata da amici e conoscenti, con molti
riferimenti autobiografici, pur trasfigurati nei nomi e nei dettagli. Nel
contesto della loro villa estiva, si prepara una gita in barca verso la vicina
isola col faro. Ma la gita è solo un pretesto. Ciò che interessa alla scrittrice
è il complesso intreccio umano e
psicologico che popola questo microcosmo.
La signora Ramsay
è senza dubbio la figura centrale del romanzo: carismatica, luminosa,
profondamente umana. Forte nella sua apparente remissività, è una donna capace
di comprendere e creare armonia nelle relazioni, quasi «una investigatrice, una chiarificatrice dei problemi sociali».
Sensibile e altruista, incarna molti ruoli – madre, moglie, amica – con un tale
trasporto che la porta tuttavia a percepirsi come «una spugna inzuppata d’emozioni umane».
Accanto a questa dimensione relazionale, emerge anche un
lato introspettivo e intimo
della signora Ramsay: «rifletteva sulla vita, ed ai suoi occhi si
presentava una striscia di tempo: i suoi cinquant’anni. Eccola lì dinanzi a
lei, la vita. La vita: ella cominciava a pensarci, senza concludere. Dava uno
sguardo alla vita, perché ne aveva una
sensazione precisa: come di cosa reale, di cosa intima che ella non
condivideva né coi figli, né col marito».
In lei convivono razionalità
e sogno, presenza e bisogno di isolamento, alla ricerca di una dimensione interiore,
luogo di pace e riposo: «sentiva
di dominare un orizzonte sconfinato, ov’erano inclusi tutti i luoghi da lei non
visti […]
Il suo nocciolo d’ombra poteva spingersi ovunque, perché invisibile,
inavvertito […]
Ritirarsi in quell’ombra valeva trovar pace, libertà e, cosa ancor più
preziosa, il modo di raccogliersi e riposare su un piano stabile».
Il signor Ramsay,
al contrario, appare come un uomo colto,
ambizioso, più fragile di quanto voglia mostrare. Teso al riconoscimento
intellettuale, si rivela egocentrico, distante, incapace di stabilire un
contatto autentico con la famiglia.
Tra i tanti personaggi spicca Lily Briscoe, artista e osservatrice attenta, che ritroviamo in
tutte e tre le parti del romanzo. In lei si può intravedere probabilmente l’autrice
stessa. Accanto a lei si muovono i figli dei coniugi Ramsay – Giacomo, Camelia,
Andrea, Prudenza, Rosa, Nancy, Jasper – anch’essi ben rappresentati, soprattutto
Giacomo e Camelia, nel loro rapporto ambivalente con i genitori, affettuosi verso
la madre, ostili nei confronti del padre.
Il punto di vista è
onnisciente ma dinamico, capace di scivolare da una coscienza all’altra,
permettendo al lettore di entrare in intimità con ogni personaggio. Tuttavia, la
figura dominante è senza dubbio la signora Ramsay, soprattutto nella prima
parte, mentre nella terza la sua presenza sopravvive, attraverso il ricordo
nostalgico di Lily.
Quel che colpisce in Gita
al faro, è la tensione sottile che attraversa una trama solo apparentemente
semplice. Non accade niente di straordinario, eppure si avverte un’attesa
costante, come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Il faro,
con la sua luce intermittente, diventa il simbolo di questa tensione, punto di
riferimento e distanza.
Non ci sono colpi di scena. La vera rivelazione è la
profondità della scrittura, l’abilità della Woolf nel cogliere ogni minimo
gesto, i silenzi, le sfumature del quotidiano e renderli significativi.
Emblematica è la scena della cena, in cui ogni commensale prende
forma attraverso le parole, gli sguardi, i movimenti, rivelando la complessità
dei rapporti umani.
Come quando la signora Ramsay osserva l’amico Carlo Tansley:
«Egli cercava di farsi valere: una smania che
l’avrebbe assillato fin quando non avesse preso la laurea o una moglie. Allora
non avrebbe più avuto bisogno d’andar dicendo:«Io,io,io».
Giacchè tutto quel dispregio per il povero cavaliere Scott (o forse si trattava
di Jane Austen) era solo un mezzo per ripetere: «Io,io,io».
Nella terza parte domina la memoria.
E qui Lily Briscoe diviene la figura centrale, protagonista di un tempo perduto,
fatto di ricordi, presenze evanescenti, possibilità non realizzate. Il passato
si trasforma in una dimensione quasi irreale, segnata dall’assenza e dalla nostalgia.
Anche il rapporto tra i figli – Giacomo e Camelia – e il padre, sottolinea
la
mancanza di chi non c’è più.
Fragilità e forza, solitudine e appartenenza, vita e morte,
felicità e tristezza, odio e amore: ogni sentimento trova il suo opposto e con
esso si confronta. In questo equilibrio delicato si muove l’universo della
Woolf, un mondo ricco e tormentato che dà vita a un’opera di straordinaria
intensità, che sa restituire tutta la complessità dell’esistenza umana.
“Gita al faro” di
Virginia Woolf ( ed. Garzanti 1974)