Catturata dal titolo e dalla sinossi, mi sono detta”Finalmente un’ autrice che non conosco e una storia davvero accattivante. Scopriamola.”
Così armata delle migliori aspettative, ho affrontato il testo, libera dalle suggestioni degli amici o da recensioni online che avrebbero potuto influenzarmi.
Siamo nell’Upper East Side di New York. In un appartamento lasciatole dai genitori - il padre morto di cancro, la madre suicida - vive la protagonista del romanzo, una donna giovane, bella, ricca, laureata alla Columbia. È lei stessa la voce narrante, ma di lei non conosceremo mai il nome.
Il rapporto con l’amante Trevor non va per niente bene: lui la usa per soddisfare i propri desideri senza alcuna intenzione di costruire un rapporto autentico. Reva, l’unica amica e confidente, è una donna fragile, affetta da bulimia, con una madre gravemente malata.
Insoddisfatta del suo lavoro di assistente in una galleria d’arte, la protagonista si licenzia e decide di ritirarsi nel proprio appartamento con un obiettivo preciso: stordirsi in un sonno riparatore, grazie all’uso smodato di psicofarmaci prescritti senza alcun controllo da una dottoressa irresponsabile e superficiale, la dottoressa Tuttle .
Il romanzo racconta così un lungo delirio che si svolge quasi interamente tra le mura dell’appartamento, in un’atmosfera nebulosa fatta di sogni, film che scorrono ininterrottamente da un videoregistratore e sesso dozzinale e volgare, salvo rare escursioni nelle Avenue di Manhattan per recarsi dalla psichiatra, per fare provviste di farmaci o la spesa alla bodega degli egiziani.
Il libro parte da un’idea originale: prendersi un anno per dormire di un sonno riparatore e terapeutico. Alla lunga, però la lettura si è rivelata prolissa e noiosa. A cosa serve, mi sono chiesta, l’elenco ossessivo degli psicofarmaci che la protagonista ingurgita come fossero caramelle, in quantità tali da stendere un cavallo? Sebbene l’opera si presenti con un tono realistico, l’abuso dei farmaci descritto assume toni assai grotteschi al limite del verosimile.
Il romanzo è senz’altro scritto molto bene: il linguaggio è ricercato, preciso, ricco di buone descrizioni, metafore e riflessioni. Tuttavia la storia si dilunga oltre il necessario e avrebbe potuto essere notevolmente ridotta senza compromettere l’efficacia dell’ epilogo.
Nonostante la mia riserva personale, la lettura affronta tematiche estremamente attuali: il senso di estraneità, l’isolamento, la solitudine, l’incapacità di realizzarsi in un sistema che impone regole sempre più rigide.
Anche la scelta di non dare un nome alla protagonista enfatizza ancor di più la sua spersonalizzazione e la sua alienazione, il distacco emotivo da un mondo che non riconosce più. Da qui il suo desiderio di annullarsi, di rifugiarsi in un lungo sonno, con la speranza di rinascere come una persona nuova.
Il mio anno di riposo e oblio è un romanzo che colpisce per stile e lucidità, ma che non è riuscito a coinvolgermi e convincermi fino in fondo. Pur affrontando temi rilevanti, la narrazione si perde spesso in ripetizioni e lentezze che ne indeboliscono l’impatto emotivo. Resta un’opera interessante dal punto di vista letterario, ma non indimenticabile.
“Il mio anno di riposo e oblio” di Ottessa Moshfegh ( ed Feltrinelli 2019)