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15 febbraio 2026

BELLA MIA di Donatella Di Pietrantonio

 

Dopo aver apprezzato la scrittura di Mia madre è un fiume e L’arminuta, mi sono avvicinata a questo romanzo con alte aspettative, che sono state confermate o addirittura superate.

Il titolo e l’immagine del libro possono trarre in inganno. Bella mia, non si riferisce a una donna, ma a L’Aquila, una città ferita dal terribile sisma del 6 aprile del 2009, evento in cui morirono oltre trecento persone.

Al centro della narrazione troviamo Caterina, gemella di Olivia.

Pur essendo molto simili fisicamente, sono profondamente diverse nel carattere. Forte, solare, positiva Olivia, quanto delicata, crepuscolare e pessimista l’altra. Il destino ha scelto di portarsi via Olivia, lasciando a Caterina il peso della colpa della perdita della sorella “giusta”, una donna piena di progetti , madre di un adolescente : «Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. La sua vita sarebbe stata più utile, avrebbe cresciuto il ragazzo».

L’Aquila e Il terremoto non sono semplici scenari, ma i protagonisti assoluti, descritti dalla Di Pietrantonio in maniera così realistica che sembra davvero di respirare la polvere dei crolli e toccare con mano le macerie della “zona rossa”.

I personaggi si muovono in una quotidianità frammentata, priva di una rigida continuità temporale. Il tempo sembra seguire regole proprie, a volte accelera, rallenta, a volte si ferma. Come nella notte del 6 aprile 2009 alle ore 3.32.

Significativa è l’elaborazione del lutto, il lavoro interiore che ogni protagonista compie su se stesso.

La madre vive nel ricordo, nella disperazione di chi ha perso una figlia, ma trova conforto nella preghiera e nella quotidianità delle semplici cose: cucinare, accudire la casa – le C.A.S.E  costruite per gli sfollati – portare i fiori al cimitero, scaricando sul genero la colpa della perdita: «Se fosse rimasto con lei, non sarebbe tornata a L’Aquila a morire».

Marco affronta i problemi dell’adolescenza e il conflitto col padre, musicista che vive a Roma. Ribelle alle regole, marina e sminuisce scuola e istruzione, cercando di ricostruirsi un angolo di quiete nel passato distrutto, in maniera molto singolare. Descritto con un realismo straordinario, a partire dall’aspetto – i capelli ricci e appiccicosi, i brufoli gonfi e rossi, le gambe lunghe e magre…– per arrivare alle emozioni che si muovono dietro questa facciata: rabbia, insicurezze, ironia, desiderio di appartenenza.

E poi c’è Caterina, un’artista che crea e dipinge ceramiche, che ha scelto una vita indipendente, senza figli. Per questo, prendersi cura del nipote, le appare un compito ancora più gravoso. Il suo continuo rimuginare e il confronto con la sorella scomparsa, troverà nell’arte una possibilità di salvezza.

I rapporti familiari tra zia e nipote, madre e figlia, padre e figlio, nonna e nipote, si intrecciano in modo assai complesso e doloroso, ma sempre sostenuti da una profonda umanità.

La prosa della Di Pietrantonio spesso rasenta la poesia, trasformando l’ emozione in azione e viceversa, senza sentimentalismi o inutili pietismi. Una narrativa concreta e realistica che oggettivizza la tragedia collettiva e personale, invitando a riflettere sull’imprevedibilità della vita e sulla fragilità dei nostri progetti.

Nonostante la sciagura, tra le pagine affiorano bagliori di speranza: la ricostruzione di un paese, le amicizie ritrovate, la salvezza nell’ arte e la possibilità di una relazione desiderata.

Bella mia è un’opera notevole, un messaggio di resilienza e di fiducia dove ogni parola è pesata con maestria, rispetto e cura.

Bella mia” di Donatella Di Pietrantonio ( ed, Einaudi 2019)

04 dicembre 2025

LA FELICITA’ AFFOGATA di Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Tutte le volte che leggo un libro di Carlo Menzinger, mi chiedo come possa l’autore riuscire a immaginare mondi così fantastici e, al contempo, tremendamente realistici. Leggendo le storie dell’autore veniamo catapultati in realtà apocalittiche, distopiche, ma tragicamente possibili e imminenti.

Anche in questo breve romanzo si percepisce tutta l’angoscia di un futuro che sembra scivolare verso l’autodistruzione. Lo scenario è una Firenze trasformata in una grande palude melmosa e putrida, dove emergono solo le sommità dei monumenti e degli edifici, le strade sono canali percorsi da veicoli acquatici e i cieli sono solcati da navicelle volanti.

Protagonista Lapo Vinci, un uomo forte, capace di prendere la vita per il verso giusto, e di vedere sempre il lato positivo di ogni evento, persino il più tragico, come la propria morte, che lo trasforma in un mecca, un robot che conserva il cervello e l’ anima di un tempo. Nonostante l’involuzione globale della Terra, le avversità, le perdite e i lutti, Lapo rimarrà sempre  positivo, e soprattutto propositivo, trovando una soluzione per ogni problema, anche per quelli che sembrano irrisolvibili.

È questo il grande valore del protagonista: la resilienza e l’ottimismo. Accettare ciò che il destino gli riserva , affrontarlo e rinascere, sempre, trasformato e migliore.

Un romanzo che diverte, ma che fa anche riflettere su tematiche fondamentali come lo sfruttamento del pianeta, l’inquinamento globale ed esponenziale, il surriscaldamento climatico e il senso stesso dell’esistenza.

Una grande lezione, racchiusa anche in questa frase: «Abbiamo davvero bisogno di essere felici o è proprio questo nostro cercare la felicità a renderci insoddisfatti e tristi? […] Se non aspirassimo a essere felici, forse potremmo essere davvero sereni, non affannarci, non cercare sempre nuovi stimoli e vivere veramente».

Una lettura davvero piacevole, dal linguaggio semplice e immediato, perfetta per chi desidera divagare in mondi sconosciuti, fantastici ma probabili se non impareremo a prenderci più cura del nostro pianeta.

“La felicità affogata” di Carlo Menzinger di Preussenthal  (Tabula Fati 2024)

16 marzo 2025

STUPORE E TREMORI di Amélie Nothomb

 

“Finché esisteranno le finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà”

Stupore e tremore nell’antico protocollo imperiale nipponico, era il giusto atteggiamento con cui i sudditi si dovevano rivolgere all’Imperatore. La stessa postura è quella che assume la protagonista del romanzo, la stessa Amélie Nothomb, trattandosi di un racconto autobiografico.

La venticinquenne Amélie, di origine belga ma nata a Kōbe, viene assunta a contratto per un anno, in una grande azienda giapponese Yumimoto. Qui conoscerà la rigida piramide gerarchica, ne scoprirà le regole comprenderà il suo posto e i meccanismi del sistema giapponese. Attraverso una attenta e scrupolosa osservazione, intuirà chi si nasconde dietro il prestigio dei suoi superiori, ne scoprirà la forza e la debolezza, la cattiveria e la bontà, la bassezza e la magnanimità.

Nel suo lento e ostacolante inserimento, subirà continue retrocessioni, ma solo all’apparenza: «Il colmo del sadismo del sistema sta nella sua contraddizione: rispettarlo porta a non rispettarlo». Amélie, asseconda i suoi persecutori, accetta le loro assurde richieste, i loro capricci, la loro convinzione che sia un’incapace, addirittura stupida. Viene umiliata per la sua occidentalità, esclusa, isolata. Anche la stessa Fabuki, suo capo diretto, invece di sostenerla (anche per solidarietà femminile) coglie invece ogni pretesto per denigrarla, deriderla e sottometterla. Solo pochi impiegati negli uffici collaterali riconoscono il valore di Amélie, e tentano di farla crescere, finendo a loro volta puniti dai superiori che continueranno nella loro battaglia oltraggiosa in modi sempre più spietati.

Amélie incassa i colpi, trovando un modo tutto suo di reagire, esaltandosi per ogni angheria subita, trovando il lato positivo in ogni cosa. Come quando si affaccia alle bellissime ed enormi vetrate del quarantaquattresimo piano, dominando tutta la città e immaginandosi in volo da quella’altezza vertiginosa. Quante defenestrazioni in quell’anno di lavoro!

Amélie affronta ogni compito con sarcasmo e ironia , anche quelli più assurdi e inutili, fino all’ultimo, il più degradante. Ma ancora una volta riuscirà a non soccombere, preparandosi alla rivincita.

In tutto il libro pervade un sottile sarcasmo. Nonostante le ingiustizie che fanno stringere i pugni al lettore, è impossibile non sorridere davanti ai geniali espedienti di sopravvivenza della protagonista.

Non mancano colpi di scena a pareggiare e riportare in equilibrio questo sistema perverso. Se volessimo trovare un esempio di resilienza, questo racconto potrebbe esserne la metafora perfetta.

Il libro offre un vivido spaccato della realtà giapponese degli anni Ottanta, esplorando la mentalità nipponica, il loro rigore, la condizione della donna in un mondo maschile che la vuole repressa, bella, parsimoniosa, madre e sempre disposta al sacrificio, anche se la riconosce intelligente. Tra i pochi diritti femminili «In Giappone il suicidio è un atto molto onorevole» ricorda la protagonista, alias Nothomb e rivolgendosi alle donne: «Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione… ». Mentre per l’uomo: «il nipponico maschio, lui non è represso… possiede uno dei diritti umani fondamentali: quello di sognare, di sperare».

Ancora una volta Amélie Nothomb non mi ha delusa, anzi, in questo romanzo ho scoperto una scrittura ancor più originale, ironica, pungente rispetto all’ultima lettura Cosmetica del nemico.  

Continuerò a seguirla, con stupore e tremore, perché no?.

“Stupore e tremori” di Amélie Nothomb ( ed.Guanda 2000)