27 maggio 2026

SEI CAPPELLI PER PENSARE di Edward De Bono

 



Anche se non sono solita leggere saggi, ho trovato molto Interessante questo manuale (suggeritomi da un’amica)  sul pensiero e sulle modalità dei suoi meccanismi.  Oggi si parla spesso di Intelligenza Artificiale, ma soffermarsi sul pensiero umano e sui modi di interazione e relazione,  non è affatto banale. Il libro è datato (la prima edizione risale al 1991) ma offre comunque spunti interessanti di riflessione.

Edward De Bono (Malta 1933-2021) medico e psicologo, sostiene che esistano sei modalità di pensiero, rappresentate simbolicamente da sei cappelli di colore diverso. In sintesi:

·         Il cappello bianco, è il cappello della neutralità, della ragione e dei dati oggettivi.

·         Il cappello rosso rappresenta le emozioni, l’ istinto e l’intuizione.

·         Il cappello nero è quello della negatività, della critica e del pessimismo. Indossarlo significa assumere il ruolo dell’avvocato del diavolo.

·         Il cappello giallo è, al contrario, il cappello della positività, dell’ ottimismo e della speranza.

·         Il cappello verde rappresenta invece la creatività, la produzione di nuove idee ,l’innovazione: ciò che l’autore definisce pensiero laterale.

·         Il cappello blu riguarda il controllo e la supervisione. È il direttore d’orchestra che dirige, coordina gli altri pensieri e ne trova la sintesi

Un modo davvero interessante e sorprendente di analizzare i problemi, prendere decisioni e trovare strategie per migliore e migliorarsi.

È un libro che può arricchirci, offrendo una prospettiva diversa sull’interpretazione del modo di pensare, rendendoci  forse, più consapevoli e, con il “cappello verde”, anche più creativi.

Lo consiglio.

“Sei cappelli per pensare” di Edward De Bono ( Ed.Rizzoli 2025)

26 maggio 2026

LA MIA POLITICA di Paolo Dapporto

 

Un libro davvero delizioso, che una volta iniziato diventa quasi impossibile staccarsene. Una parola tira l’altra, un capitolo apre una nuova storia, e poi un’altra ancora… finché, quasi senza accorgersene, si arriva alla fine.

Si tratta di una narrazione autobiografica, un breve romanzo di formazione in cui seguiamo la crescita di Paolo: da fanciullo ad adolescente, fino all’età adulta.

Sullo sfondo c’è il difficile periodo del dopoguerra. Un’ Italia chiamata a fare i conti con le ferite lasciate dalla guerra — dai tedeschi, fascisti ma anche dagli americani. Un tempo segnato dalla fame, miseria e fatica, eppure ricordato con nostalgia. In questo contesto, lo studio e la cultura diventano per Paolo una conquista importante, nonostante i sacrifici per garantirgli un’istruzione.

Particolarmente interessante è la narrazione filtrata dallo sguardo del bambino: uno sguardo fatto di emozioni e sensazioni, ma capace anche di distinguere il Bene dal Male, l’ingiustizia dall’onestà, la superbia dal rispetto.

È nel nucleo familiare che prendono forma i suoi ideali: una famiglia umile — padre elettricista, madre sarta — che trasmette, con l’esempio, valori autentici come il lavoro, il sacrificio, il senso del bene comune. È qui che nasce in fondo la sua “politica”.

La politica di Paolo è infatti una politica dei valori: rispetto, giustizia, comprensione, studio, amore, amicizia, famiglia. Valori semplici ma profondi, che insegnano ad amare e apprezzare la vita in tutte le sue espressioni.

Il racconto si  intreccia anche con alcuni momenti cruciali della storia — dall’eccidio di Modena, al muro di Berlino, fino alla tragedia di Marcinelle — eventi che invitano a una riflessione ancora oggi necessaria.

Se imparassimo davvero da ciò che è stato, forse il presente sarebbe migliore.

Comunque  voglio restare fiduciosa. il mare è fatto di gocce. E l'autore, con le sue parole, aggiunge la sua.

“La mia politica”  di Paolo Dapporto ( Edizioni IL Castello 2025) 

17 maggio 2026

IL SEGNO DEL DESTINO di Piero Andrea Carraresi

 


Ho letto con piacere Il segno del destino di Andrea Carraresi, il suo primo romanzo, pur conoscendo già alcune sue opere successive.

Si tratta di un romanzo che, per molti aspetti, richiama la struttura della saga familiare, pur non potendosi definire tale: le famiglie narrate non appartengono infatti a un’unica stirpe, ma sono varie.  Tuttavia finiscono per rappresentare un unico grande nucleo fondato sull’amore, solidarietà, rispetto e aiuto reciproco.

L’intreccio di più vicende è costruito in modo originale e curioso.

Nel prologo, scritto in prima persona, incontriamo Andrea (forse un alter ego dell’autore?), che con la madre si reca a Loro Ciuffenna, nel Valdarno, per trascorrere le vacanze nella casa di Amelia, un’anziana vedova. È proprio da questa figura che prende avvio, a ritroso, l’intera storia.

Da qui si sviluppa la narrazione della famiglia Bigazzi – con un passaggio alla terza persona – una famiglia proletaria di origine contadina che ripone nell’ultimogenito, Oscar, le proprie speranze di riscatto sociale. Oscar studia, diventa ingegnere, sembra ottenere tutto ciò che un giovane può desiderare: bellezza, amicizia, amore, rispetto e dignità. Ma il destino, talvolta, segue percorsi imprevedibili e il passaggio dalla felicità alla disperazione può essere improvviso.

Entra quindi in scena Amelia, figlia di Oscar, una giovane bella e intelligente, che pur provenendo da una famiglia agiata, fatica a compiere le proprie scelte e a trovare il suo posto nel mondo.

I personaggi sono molti e ben caratterizzati. Mi è mancato soltanto l’approfondimento di un personaggio, di Giacomo, il figlio di Amelia. Lo conosciamo bambino e poi scompare, emigrato in Svizzera.

Il romanzo attraversa la storia del dopoguerra, restituendo immagini di povertà, il desiderio di ricostruzione, la speranza, la solidarietà e la lotta contro le ingiustizie. Il lettore si immerge così in un’epoca, non poi così lontana, ma che conserva un fascino nostalgico e particolare: un tempo in cui si viveva con meno, ma forse con una maggiore capacità di apprezzarlo.

È una storia che parla della forza dell’amore, dell’amicizia e della solidarietà fra uomini, ma anche della lotta per la giustizia e del valore della famiglia, il vero collante dell’esistenza umana. Tema, quest’ultimo, che ricorre spesso nella figura di Vito, marito di Amelia, cresciuto in orfanotrofio.

Importante anche il valore della fede e degli ideali, elementi di unicità, che come dice l’autore: «Non è forse vero che la fede e gli ideali sono ciò che principalmente ci distinguono dagli altri esseri viventi?».

La scrittura di Carraresi è pulita, ricca e scorrevole. Lo stile curato, in cui si percepiscono esperienza e cultura, ma che riesce comunque a trasmettere con chiarezza e semplicità.

Una lettura che lascia un segno, come il destino e i numerosi personaggi che popolano il romanzo, figure semplici e autentiche, animate dal desiderio di fare del Bene. E nel mondo di oggi, di questo c’è davvero bisogno.

 “Il segno del destino” di Piero Andrea Carraresi ( ed. I Libri diPan 2005)

14 maggio 2026

LA GIOIA È UN DURO LAVORO di Gio Evan

 

“La mancanza non toglie, è presenza, lì dove tu non ci sei più, io continuo a sentirti”

A volte la scelta di un libro, guidata dall’immagine di copertina, dal titolo o da poche righe in quarta, senza conoscere l’autore, si rivela vincente. È proprio quello che mi è accaduto con La gioia è un duro lavoro, un libro sorprendente e travolgente.

Di origine siciliana, cantautore, poeta, performer, e “ ricercatore spirituale”, Gio Evan  raccoglie in quest’opera tutte queste anime, dando vita a un testo originale in cui ogni peculiarità emerge con forza.

Definirlo un romanzo è riduttivo, così come etichettarlo come saggio spirituale, nonostante i numerosi riferimenti a realtà mistiche, credenze e pratiche religiose o sciamaniche. È piuttosto un intreccio di prosa e poesia, di esperienze individuali e universali, di vita e morte, che convivono in una sorta di armonia profonda. Un equilibrio che richiama il Tao, lo Yin e lo Yang, dove gli opposti si completano e trovano senso l’uno nell’altro.

Non aspettatevi un prontuario di consigli spirituali. L’autore suggerisce più volte che la spiritualità è un percorso personale, che ciascuno deve intraprendere, sperimentare e costruire dentro sé.

«Oggi riconosco che non ho desiderio di salvare il mondo, non è mio compito. Sono troppo piccolo per questo universo, mi basta salvare un giardino, proteggere chi ho accanto, non distrarmi lungo il tramonto», sono frasi come questa, nella quale anch’io mi riconosco, a fare la differenza. Riflessioni da cui può scaturire una scintilla capace, forse, di cambiare davvero qualcosa.

Interessante è la struttura del viaggio immaginario con la madre, scomparsa dopo una lunga malattia, un espediente narrativo che permette all’autore di raccontare la sua storia, i suoi viaggi, gli incontri con grandi Maestri e le esperienze di solitudine nei luoghi più impervi. Colpisce il fatto che l’educazione familiare, nello specifico quella della madre, sia profondamente radicata e in sintonia con molte grandi tradizioni spirituali.

Ne emerge un viaggio spirituale che non pretende di offrire verità assolute, ma si propone come possibile Via. Un invito a riconoscere l’importanza delle proprie radici e a non rinnegarle, qualunque sia la direzione intrapresa. E soprattutto a comprendere che spesso ciò che cerchiamo nei luoghi più remoti è già presente, vicino a noi, tra le mura di casa.

È un libro per coloro che non si accontentano dell’apparenza o della via più facile, ma desiderano andare oltre la superficialità. Una vera  lezione di vita, raccontata da una voce giovane e originale, capace di esprimersi attraverso scrittura, musica e condivisione.

Potrei riassumere tutto (nonostante sia riduttivo) in una sola bellissima frase: «La gioia è quando metti a fuoco l’obiettivo su di te, senza mai sfocare gli altri», che racchiude tutto il senso più profondo del libro: il rispetto, valore dal quale può nascere inevitabilmente la felicità.

Forse non è un libro per tutti, e proprio qui sta la sua forza e il suo limite. Occorre disponibilità all’ascolto e alla riflessione. E per chi è disposto a mettersi in gioco, può diventare molto più di una semplice lettura.

La gioia è un duro lavoro” di Gio Evan ( ed. Feltrinelli 2026)

12 maggio 2026

I BAFFI di Emmanuel Carrère

 

Quando anche le certezze più solide vacillano

«Che ne diresti se mi tagliassi i baffi?». Nessuno immaginerebbe che una domanda così innocua possa scatenare un inferno. È invece ciò che accade in questo romanzo di Emmanuel Carrère.

Pubblicato nel 1986, può apparire per certi aspetti datato, soprattutto per l’atmosfera che contrasta con la nostra realtà ipertecnologica. Eppure, al di là del contesto, resta un testo profondamente contemporaneo, la cui forza sta nella rappresentazione di una crisi interiore credibile, nonostante il paradosso.

Carrère porta all’estremo le dinamiche quotidiane – di coppia, amicizia e lavoro – al punto di tensione massima. In particolare il rapporto con la moglie Agnès, diventa il teatro di scontro tra le loro identità, dove lei non rappresenta più il faro durante la tempesta, ma una notte senza stelle. Un rapporto che lo spinge a dubitare di lei, a pensare prima a uno scherzo, poi a un complotto, fino a perdere appunto ogni certezza. Il lettore si muove insieme al protagonista su questo confine incerto, tra verità e illusione, normalità e pazzia, vita e morte, alla ricerca continua di un equilibrio.

Senza essere un vero thriller o un giallo, I baffi  ha in sé tutta la tensione e l’ angoscia paragonabili a questi generi.

Tutto nasce da un gesto banale: un uomo decide di radersi i baffi, con l’intento di suscitare una reazione nella moglie e negli altri. Una reazione che non arriverà perché nessuno sembra notare quel cambiamento.

Da qui prende forma un dubbio destabilizzante: ha davvero portato sempre i baffi? O ricorda qualcosa di mai esistito? Un dilemma che come un tarlo si insinua e cresce, fino a fare a pezzi ogni punto fermo: «l’ossessione del non verificabile».

Il racconto conduce il protagonista in uno stato di smarrimento sempre più profondo, tra sospetti, paure e tentativi di razionalizzazione. Un viaggio al limite della follia, in cui una delle possibilità è la fuga. La fuga in un luogo lontano, Hong Kong. Ma come si può sfuggire da sé? O da ciò che si crede di essere e che gli altri non riconoscono?

In questa prospettiva, il romanzo diviene una narrazione sulla ricerca di identità, una riflessione su quanto di noi dipende dallo sguardo degli altri, e cosa resta quando questo riconoscimento viene meno.

Come lettori, ci troviamo immersi in una zona d’ombra, privi di punti di riferimento. Carrère  riesce a mantenere questa ambiguità fino all’ultima pagina, senza offrire risposte assolute.

Quindi dove sta la verità?

La narrazione in terza persona, ma dal punto di vista del protagonista, amplifica il disagio, il disorientamento grazie a una scrittura ricca, profonda e riflessiva, tipica dell’autore. Il risultato è un equilibrio instabile tra opposti – realtà e percezione, paura e azione, rumore e silenzio – che genera una costante e pressante angoscia.

Il finale, spiazzante, chiude il cerchio ma senza risolvere l’enigma, lasciando comunque aperta l’interpretazione al lettore.

Non è forse l’opera più rappresentativa dell’autore, ma resta comunque un libro che merita attenzione, e che ho letto con piacere.

«I baffi» di Emmanuel Carrère ( Adelphi ed.2020)

09 maggio 2026

HANS CHRISTIAN ANDERSEN A FIRENZE Il porcellino di bronzo di Nicoletta Manetti

 

Una vita da fiaba

Ancora una  volta Nicoletta Manetti ci delizia con un breve romanzo - saggio dedicato a un uomo che ha segnato un’epoca nella letteratura dell’infanzia dell’Ottocento, ma non solo. Chi di noi non ricorda fiabe come Il soldatino di stagno, la principessa sul pisello, La sirenetta? Storie che hanno accompagnato la nostra crescita e plasmato il nostro immaginario.

Ed è proprio grazie alla sensibilità e capacità dell’autrice che possiamo andare oltre la narrazione e scoprire chi si nasconde dietro quelle parole. Un Hans Christian Andersen che lei riesce a far emergere, sollevando il velo di timidezza e riservatezza che sembra averlo sempre avvolto, ma solo in apparenza.

Nato a Odense, Danimarca (1805-1875), da una famiglia di umili origini, visse un’infanzia fra stenti e miseria. Ma chi era davvero?

Non soltanto «il padre della favola moderna, sia per lo stile che per il contenuto usando costruzioni della lingua parlata, nuova per la letteratura danese contemporanea», come lo definisce l’autrice. Ma anche un creatore di «un mondo fantastico , animistico, allo stesso tempo sentimentale e ironico», capace ancor oggi di incantare anche noi adulti.

Fin da giovane cominciò a viaggiare per l’Europa. Firenze in particolare, fu una delle sue mete preferite, dove rimase affascinato dall’arte rinascimentale, dalle opere di Raffaello e dalla Venere dei Medici agli Uffizi. Poi Perugia, Roma, Napoli, Pompei, dove «ride e piange di gratitudine per tanta bellezza».

Colpisce il suo spirito fanciullesco – che Nicoletta Manetti ha saputo cogliere con grande finezza – presente nell’uomo adulto, capace di trasformare ogni esperienza in ispirazione, attraverso il suo sguardo curioso e meravigliato. Non solo scrittore, H.C. Andersen disegna, abbozza schizzi, annota dettagli quasi a voler trattenere ogni  frammento di ciò che lo emoziona.

Un uomo all’apparenza fragile e insicuro, che seppe però trasformare queste caratteristiche in un punto di forza, grazie alla profonda sensibilità e a un sincero amore per la natura, l’arte e le persone. Una figura carismatica, il cui valore umano e letterario fu poi riconosciuto anche dalla sua città natale che inizialmente non seppe comprenderlo.

Questo piccolo libro si legge tutto d’un fiato e arricchisce il lettore grazie alla cura della documentazione, agli aneddoti e ai dettagli che l’autrice ci restituisce con fluidità e naturalezza. Un’altra piccola perla che si aggiunge alla collana dedicata agli stranieri che soggiornarono a Firenze, presenze spesso poco considerate, ma che contribuirono a influenzare  la vita artistica e culturale della nostra città.

Dobbiamo ringraziare Nicoletta Manetti per queste belle storie, che ci permettono di osservare Firenze con uno sguardo nuovo, più attento e profondo, ma soprattutto più umano.

“Hans Christian Andersen a Firenze-  Il porcellino di bronzo” di Nicoletta Manetti (Angelo Pontecorboli Editore 2025)