28 febbraio 2025

LA LINEA VERTICALE di Mattia Torre

 

LA LINEA VERTICALE di Mattia Torre

Peccato aver visto prima la fiction, sebbene sia un’ottima e fedele trasposizione del libro.

Luigi, giovane quarantenne, felicemente sposato, con una figlia e un altro in arrivo, a seguito di una visita urologica per un episodio di ematuria e successivi accertamenti, riceve una diagnosi di tumore al rene.

Occorre operare. Subito. La malattia all’improvviso cambia le carte del gioco. «Il cielo si spacca e tutto si capovolge […] si capovolge lo studio che perde contorni e pareti, si ribaltano nozioni, concetti, pensieri e ricordi, tutto cade all’indietro […] tutto è via, ci sono Luigi e la malattia in un immenso spazio bianco».

C’è un mondo di professionisti che si muove intorno a Luigi, e l’autore ce lo descrive molto bene, attraverso il punto di vista di Luigi dal suo letto numero 205. Interessante e intelligente l’emergere l’unicità dei personaggi che va oltre il ruolo e la professionalità, conferendo quindi alla narrazione un tocco leggero, divertente e ironico, che si affianca alla drammaticità del contesto.

Ecco allora, la caposala, eccessiva nei modi e nel linguaggio, ma che sa il fatto suo; Giusy l’infermiera avvenente, ciociara sguaiata ma efficace; Anna, l’infermiera “quella brava”; Gorislav, infermiere russo, ginecologo ma la cui laurea non è riconosciuta in Italia; il dottor Policari , che ama più la musica della medicina; il dottor Barbieri sempre dietro alle sottane in particolare quella della Giusy; la dottoressa Borghi sempre ben disponibile verso i pazienti; il dottor Rapisarda, che mantiene Luigi digiuno di cibo e acqua per una Tac quando non sarebbe stato necessario; la dottoressa Minà, l’anatomopatologa col triste compito di comunicare spesso brutte notizie; l’oncologo Aliprandi, con la Morte al suo seguito, con mantello nero e falce sempre pronti; e poi c’è Zamagna, il dio, amato da tutti incondizionatamente, l’essere perfetto, il luminare, il chirurgo medico che ogni paziente vorrebbe: ama il suo lavoro e lo fa con passione e dedizione, eccellente in tutto, sa relazionarsi, sa parlare e ascoltare, accogliere, è empatico.

Accanto il mondo dei pazienti, che l’autore divide in categorie umane «il paziente cupo, l’ottimista, l’ipocondriaco e il peggiore il competente delirante… accomunati da una cosa: l’intima e profonda dipendenza dai medici». C’è Amed, vicino di letto, somalo borghese col quale Luigi si relaziona; Beppe, operato d’urgenza, recidivo del reparto, che nessuno ricorda; Marcello, che trascorre il suo tempo imitando i medici, facendo diagnosi, dispensando consigli e commentando il decorso delle loro patologie; c’è Pino il vecchio, Sabino, Costa il cappellano che si ritrova all’improvviso dall’altra parte della barricata, operato anche lui d’urgenza per una massa sospetta, che lo metterà in crisi profonda, facendo vacillare ogni certezza e la stessa fede.

Protagonista è anche l’ospedale « istituzione totale, un luogo in cui gruppi di persone risiedono e convivono per un certo periodo di tempo… la vita è organizzata secondo regole precise: qualcun altro decide a che ora ti svegli, cosa mangi, come ti vesti e quando esci. Ma a differenza di un carcere o di un manicomio, in ospedale ti identifichi con le intenzioni e le finalità della struttura, perché hai scelto di starci». Anche se si tratta di una scelta obbligata, aggiungo io.

L’ospedale è come un teatro, e le azioni routinarie che vengono compiute, si esprimono spesso in tutta la loro teatralità. Come il giro visite, per esempio «È un rito che si ripete identico, giorno dopo giorno. Il medico sa di avere a disposizione pochi secondi per rispondere. Non deve dare vita a una conversazione: la deve chiudere». Da ciò tutta la frustrazione e confusione nell’animo del paziente che rimane con gli stessi e peggiori dubbi perché non ha avuto modo di spiegarsi, di intendersi.

Le frasi fatte, “facciamo un passo alla volta”, “dipende tutto dai vasi”, “è tutta questione di testa”, recitate e ripetute come un copione, che si ripete ogni giorno, sono il mantra che regola le leggi dell’ospedale, e sulle quali non si replica. Fra le altre regole non scritte c’è anche quella che « ti devi alzare dal letto, prima possibile per non lasciarti andare, per dare un segnale al tuo organismo». Quanta verità dietro queste frasi, chi è stato ricoverato almeno una volta in ospedale non può fare a meno di sorridere a queste raccomandazioni.

In ospedale si crea solidarietà tra i pazienti, perché la condizione e condivisione della malattia è un bel collante che unisce, dando «una forza incredibile». L’ospedale livella le persone, le assottiglia all’essenza, che è poi l’espressione della loro volontà e desiderio di vivere: «i pazienti sono tutti uguali. Non c’è classe sociale, età, reddito formazione culturale, orientamento politico o religioso che faccia la differenza. I pazienti cercano solo una cosa: la salvezza».

In ospedale si è soli. Nonostante le visite dei parenti, amici, conoscenti, che nonostante gli sforzi non riusciranno mai a capirti veramente. La solitudine è una compagna costante, con la quale parlare della malattia, del proprio destino, di quanto sei stato sfortunato.

La rabbia, è un altro sentimento sempre presente, che si confonde e scontra con la frustrazione delle figure professionali che lavorano in ospedale e che sfogano tutto il risentimento su coloro che non sono la causa. L’insoddisfazione alla base di tutto, economica, motivazionale, legata alla stanchezza per un lavoro usurante, che condiziona e impatta sul paziente costretto a stare in ospedale. La rabbia, dice l’autore, viene «scaricata sempre verticalmente, verso il basso, e mai orizzontalmente o verso l’alto».

La verticalità è una tematica ricorrente nel libro: verticale è lo sfogo della rabbia, dall’alto al basso; verticale è la linea del test di gravidanza di Elena la moglie, fatto mesi prima a testimoniare il nuovo figlio in arrivo; è ciò che Amed dice a Luigi in una delle tante conversazioni: «Devi vivere in asse, centrato, come su una linea verticale, occorre essere centrati, devi stare in piedi, centrato, verticale […] Orizzontale sei morto. Verticale sei vivo».

Momento culminante del romanzo è la conoscenza e la consapevolezza della propria malattia: sapere o decidere di non sapere, conoscere tutto diagnosi, prognosi, aspettativa di vita o no? Oggi c’è una legge che dice che è il paziente a decidere, è lui al centro della cura, e in quanto tale, può decidere o meno di essere informato. Bellissimo e cruciale il passaggio in cui i due coniugi si parlano e Luigi chiede alla moglie: «C’è qualcosa che tu sai che io non so?». E lei giustamente gli risponde con un ulteriore interrogativo : «Tu vuoi sapere tutto?». Momenti di narrativa davvero intensi e commoventi.

Suddiviso in capitoli, in giornate, come una sorta di diario, che scandiscono il tempo che non è più tempo - perché in ospedale anche questo cambia connotazione.

 

Palese il messaggio chiave del libro, ovvero trasformare un’esperienza negativa come la malattia, in un valore aggiunto, un’opportunità di miglioramento e crescita, espresso in maniera esaustiva nel finale: «La malattia è arrivata in maniera esplosiva e deflagrante, ha cambiato tutto, e anche se difficile dirlo, ha cambiato tutto in meglio […]quando ho saputo di avere un tumore sono morto all’istante. E poi, da quel momento, ogni minuto trascorso, ogni ora, giorno, mese, è stato sorprendente e inaspettato. È stato un dono, come un morto a cui si dice: puoi vivere ancora, non si sa quanto, ma puoi vivere ancora. Basta fare un passo alla volta».

Una scrittura diretta che procede per immagini, come una scenografia appunto da molteplici punta di vista anche se lo sguardo principale è quello di Luigi.

La linea verticale non è solo un romanzo sulla malattia, ma una straordinaria riflessione sulla fragilità umana e sulla capacità di trovare senso anche nei momenti più bui. Con un stile asciutto ma potente, Mattia Torre riesce a farci ridere, sorridere, emozionare, e riflettere, ricordandoci che ogni giorno , anche il più difficile, è un dono. Non c’è certezza, non c’è garanzia ma c’è la possibilità di restare in piedi, di resistere. Perché vivere è questo. Rimanere su una linea verticale, centrati, vivi.

 “La linea verticale” di Mattia Torre ( ed. Baldini & Castoldi 2017)

23 febbraio 2025

COSMETICA DEL NEMICO di Amélie Nothomb

 

“Il rischio è la vita stessa. Non si può rischiare altro che la propria vita. E se non la rischi, non la vivi”.

Amélie Nothomb è stata una sorprendente scoperta. Questa scrittrice belga contemporanea, che vive a Parigi, ha dato vita a un romanzo dal titolo enigmatico, il cui senso sfugge a una prima lettura, ma che risuona con una certa musicalità. La “Cosmetica” a cui la Nothomb si riferisce non è quella del make up che migliora l’estetica di un volto, ma «la scienza dell’ordine universale, la morale suprema che determina il mondo». In altre parole, principi, valori e convinzioni che muovono un individuo, nella fattispecie,  un nemico.

24 marzo 1999. In aeroporto un uomo d’affari, Jérôme Angust, ascolta all’altoparlante il ritardo del proprio volo per Barcellona. Esasperato per la prospettiva di rimanere in attesa per un tempo indefinito, aprirà un libro con la speranza di dimenticare l’imprevisto, ma la voce ossequiosa di un passeggero sedutosi accanto, lo distoglierà dall’intento. Lo sconosciuto si presenta come Textor Texel e da quel momento Jérôme  sarà catturato da lui, senza riuscire più a interrompere quella fastidiosa e irriverente conversazione, condotta con sagacia dal misterioso personaggio. Chi è Textor Texel, dal nome tanto bizzarro, così sfrontato da confessare anche le sue colpe, aver violentato e ucciso una donna? Eppure non è un folle, lo dimostra la sua consapevolezza «Per me un pazzo è un individuo i cui comportamenti sono inspiegabili. E i miei li posso spiegare tutti». Perché sembra conoscere così bene Jérôme? Un vecchio compagno di scuola, forse? Oppure un malato di mente, un maniaco di cui lui sarà la prossima vittima?

Sono interrogativi che noi lettori ci chiederemo fino alla fine, quando si svelerà finalmente l’enigma. Eppure qualche indizio la Nothomb prova a darcelo attraverso le parole del molestatore stesso. «Io credo nel nemico […]. Le prove dell’esistenza del nemico interiore sono evidenti e quelle del suo potere schiaccianti. Credo nel nemico perché, tutti i giorni e tutte le notti, lo incontro sul mio cammino». Oppure: «C’è solo un sistema legale di farmi tacere: è parlare. Non se lo dimentichi. Questo potrebbe salvarla».

Un thriller sottile psicologico (e filosofico) che ci tiene sospesi fino all’ultima pagina.  

Una storia ben costruita dove il dialogo concitato tra i due interlocutori tocca vertici alti; un dialogo sulla vita e sulla morte che sembrano non conoscere confine, sulla lotta tra il bene e il male, sulla natura dualistica dell’uomo, sulla spiritualità.

Il dialogo è la sequenza predominante se non assoluta del romanzo, un botta e risposta serrato, un’alternarsi di battute, essenziali per capire, senza capirlo, il sorprendente epilogo, una rivelazione tragica, drammatica che tocca alte punte di ironia, cinismo, fino al paradosso.

Una scrittura potente, diretta e incisiva, essenziale. L’ho amata e sono certa che amerò anche le prossime letture dell’autrice, che ho già a disposizione.

Cosmetica del nemico” di Amélie Nothomb ( ed Voland 2003)

09 febbraio 2025

YOGA di Emmanuel Carrère


“Per vivere c’è bisogno di una storia”

Non è facile definire questo libro di Emmanuel Carrère – un saggio sulle discipline orientali, un romanzo autobiografico, un flusso continuo di coscienza in cui trovano ampio spazio l’introspezione insieme ai ricordi e alla narrazione di avvenimenti reali e di finzione, nello specifico quelli che hanno segnato tappe fondamentali nella vita dello scrittore? – un testo comunque che al di là della classificazione, vale la pena leggere.

Un romanzo sui generis, con una trama tematica direi, che segue un percorso inusuale e poco prevedibile – lo dice lui stesso che l’ ha iniziato con un’intenzione per poi finirlo in tutt’altro modo – apprezzabile per la ricchezza artistica e culturale, per la fluidità del linguaggio e per la sincerità della narrazione, priva di pregiudizio o paure nel manifestare le proprie debolezze. Un aspetto questo, il raccontare se stesso – la sua depressione, le pulsioni ossessive, il bipolarismo – senza veli o edulcoranti, che rendono l’autore lodevole e ammirevole ai miei occhi di lettrice.

Il romanzo è diviso in cinque capitoli, ovvero cinque contesti, scelti a pretesto per narrare la storia che non è una storia, in cui lo yoga è il tema base (e non principale) che sempre ritorna e al quale tutto ci riconduce.

Il libro inizia con nozioni, citazioni dei grandi yogin, definizioni dello yoga e della meditazione, tanto da farlo sembrare di primo acchito un manuale sulla pratica, con continui e suggestivi riferimenti personali. La permanenza nel luogo di ritiro dove lo scrittore, insieme ad altri adepti pratica Vipassana, interrotta però prematuramente, è solo l’inizio della narrazione, dalla quale si passa al ricovero nella clinica psichiatrica di Sainte- Anne,(agli elettroshock per la cura del suo “disturbo bipolare di tipo II”), dove l’autore ha passato una parentesi importante della sua vita. «Sono sprofondato più spesso di quanto avrei voluto in quell’abisso che si spalanca in certi momenti della vita e chiamiamo depressione o pazzia».

Non meno importante il tragico attentato di Charlie Hebdo, in cui perde la vita un caro amico, il soggiorno nell’isola di Leros coi rifugiati politici orientali e africani, le numerose amicizie, le donne amate e poi perdute di vista, gli amori possibili e impossibili, l’amore sempre presente, quello per la scrittura, che sarà salvifica, anche nel momento in cui deciderà di smettere di digitare con un solo dito sulla tastiera, imparando a farlo con tutte le dieci dita.

Il libro è l’espressione di ogni verità e il suo contrario: il bene e il male, il giorno e la notte, il bianco e il nero, la vita e la morte, perché la realtà è fatta dei due opposti, Yin e Yang, che regolano le nostre esistenze portandoci alla conclusione che non ne esiste una sola, unica e assoluta, ma tante che possono vivere nell’armonia dell’insieme; una «vita finalmente reale, sottratta all’illusione, la vita in cui vediamo le cose come sono».

La meditazione, fra le tante e innumerevoli definizioni è anche questo: «L’esperienza della meditazione, quando va bene, è un modo incondizionato di stare bene. Stai bene perché sei lì. Stai bene perché in nessun altro posto staresti meglio che lì dove sei [] Ti senti vivere. Non fare qualcosa: soltanto vivere».

Ecco se il lettore cerca azione, una lettura di tensione, credo che questo non sia il miglior libro dell’autore.

Si apprezza invece per lo stile, scorrevole, chiaro, semplice nella complessità dell’argomento, per la natura sincera dell’autore che si mostra al pubblico per quello che è, senza false etichette ma come uomo vulnerabile, perché è nella sua natura la fragilità e la grandezza sta nel riconoscerla, nel prendere consapevolezza e adoperarsi per migliorare. La scrittura in questo percorso può essere un ottimo strumento: «forse non posso guarire dal male da cui sono affetto, ma posso raccontarlo».

“Yoga” di Emmanuel Carrère ( Adelphi 2020)