25 marzo 2025

BETTY di George Simenon

 

Parigi. Una giovane donna seduta è al bancone di un bar, beve whisky. Sono giorni che vaga senza meta, distante da tutto e da tutti, non si sente triste, «da un pezzo aveva superato la tristezza». Il suo unico interesse è riempire il bicchiere davanti a sé e svuotarlo fino a non reggersi più in piedi. Betty, il suo nome, lo rivelerà a una frequentatrice del bar, Laure, che si prende cura di lei, accogliendola nel suo albergo e offrendole rifugio, cibo, riposo.

Ma chi è questa bella ragazza all’orlo del baratro, che sembra fuggire da qualcosa e qualcuno, capace di trovare conforto solo nell’alcool?

Ce lo svela lo scrittore con la sua brillante maestria, mantenendoci in sospeso, svelandocelo un po’ per volta, attraverso frasi e dettagli buttati qua e là nella conversazione confidenziale che si va instaurando tra le due donne. Una matassa di informazioni che in prima lettura non è facile sbrogliare, ma che lentamente prendono forma delineando la storia. Una storia femminile in cui l’autore scava nella psiche del personaggio, rivelandocelo in tutta la sua apparente fragilità, ma ricco di una grande determinazione e forza interiore.

È un libro al femminile, in cui l’attenzione è focalizzata sulla sua figura, sui suoi desideri, convinzioni e contraddizioni, su ciò che sogna al di là di ciò che gli altri si aspettano da lei. Un’eroina, una “Karenina” francese, contemporanea, che sfida le convenzioni inseguendo il suo istinto e le sue pulsioni al di là delle conseguenze.

Anche la maternità non è vista come un dovere sacro e e assoluto: Betty non la antepone a sè stessa, confessandolo apertamente a Laure: «Dando la vita a un altro essere umano, avrei pagato in un modo o nell’altro, con la sofferenza o con la mia stessa vita, oppure restando invalida per il resto dei miei giorni». Un pensiero che si riflette inevitabilmente sul rapporto coniugale, sulle dinamiche di coppia che cambiano con l'arrivo dei figli, svelando il peso delle aspettative sociali e il fragile equilibrio tra desiderio e responsabilità.

Ancora una volta Simenon ci regala un romanzo intenso e penetrante, capace di scandagliare le ombre dell'animo umano con il suo stile essenziale e affilato. Sullo sfondo, una Parigi notturna e sregolata prende vita con la sua malinconica bellezza, popolata da personaggi inquieti in cerca di redenzione che forse non arriverà mai.

 

 “Betty” di George Simenon (ed.Gli Adelphi 1992)              

16 marzo 2025

STUPORE E TREMORI di Amélie Nothomb

 

“Finché esisteranno le finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà”

Stupore e tremore nell’antico protocollo imperiale nipponico, era il giusto atteggiamento con cui i sudditi si dovevano rivolgere all’Imperatore. La stessa postura è quella che assume la protagonista del romanzo, la stessa Amélie Nothomb, trattandosi di un racconto autobiografico.

La venticinquenne Amélie, di origine belga ma nata a Kōbe, viene assunta a contratto per un anno, in una grande azienda giapponese Yumimoto. Qui conoscerà la rigida piramide gerarchica, ne scoprirà le regole comprenderà il suo posto e i meccanismi del sistema giapponese. Attraverso una attenta e scrupolosa osservazione, intuirà chi si nasconde dietro il prestigio dei suoi superiori, ne scoprirà la forza e la debolezza, la cattiveria e la bontà, la bassezza e la magnanimità.

Nel suo lento e ostacolante inserimento, subirà continue retrocessioni, ma solo all’apparenza: «Il colmo del sadismo del sistema sta nella sua contraddizione: rispettarlo porta a non rispettarlo». Amélie, asseconda i suoi persecutori, accetta le loro assurde richieste, i loro capricci, la loro convinzione che sia un’incapace, addirittura stupida. Viene umiliata per la sua occidentalità, esclusa, isolata. Anche la stessa Fabuki, suo capo diretto, invece di sostenerla (anche per solidarietà femminile) coglie invece ogni pretesto per denigrarla, deriderla e sottometterla. Solo pochi impiegati negli uffici collaterali riconoscono il valore di Amélie, e tentano di farla crescere, finendo a loro volta puniti dai superiori che continueranno nella loro battaglia oltraggiosa in modi sempre più spietati.

Amélie incassa i colpi, trovando un modo tutto suo di reagire, esaltandosi per ogni angheria subita, trovando il lato positivo in ogni cosa. Come quando si affaccia alle bellissime ed enormi vetrate del quarantaquattresimo piano, dominando tutta la città e immaginandosi in volo da quella’altezza vertiginosa. Quante defenestrazioni in quell’anno di lavoro!

Amélie affronta ogni compito con sarcasmo e ironia , anche quelli più assurdi e inutili, fino all’ultimo, il più degradante. Ma ancora una volta riuscirà a non soccombere, preparandosi alla rivincita.

In tutto il libro pervade un sottile sarcasmo. Nonostante le ingiustizie che fanno stringere i pugni al lettore, è impossibile non sorridere davanti ai geniali espedienti di sopravvivenza della protagonista.

Non mancano colpi di scena a pareggiare e riportare in equilibrio questo sistema perverso. Se volessimo trovare un esempio di resilienza, questo racconto potrebbe esserne la metafora perfetta.

Il libro offre un vivido spaccato della realtà giapponese degli anni Ottanta, esplorando la mentalità nipponica, il loro rigore, la condizione della donna in un mondo maschile che la vuole repressa, bella, parsimoniosa, madre e sempre disposta al sacrificio, anche se la riconosce intelligente. Tra i pochi diritti femminili «In Giappone il suicidio è un atto molto onorevole» ricorda la protagonista, alias Nothomb e rivolgendosi alle donne: «Se può consolarti, nessuno ti considera meno intelligente di un uomo. Sei brillante, la cosa è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che ti trattano tanto bassamente. A pensarci bene, però, è davvero una consolazione? Almeno se ti ritenessero inferiore, il tuo inferno avrebbe una spiegazione… ». Mentre per l’uomo: «il nipponico maschio, lui non è represso… possiede uno dei diritti umani fondamentali: quello di sognare, di sperare».

Ancora una volta Amélie Nothomb non mi ha delusa, anzi, in questo romanzo ho scoperto una scrittura ancor più originale, ironica, pungente rispetto all’ultima lettura Cosmetica del nemico.  

Continuerò a seguirla, con stupore e tremore, perché no?.

“Stupore e tremori” di Amélie Nothomb ( ed.Guanda 2000)

11 marzo 2025

I QUADERNI BOTANICI di MADAME LUCIE di Mélissa Da Cost

 

 


“Ho bisogno di tempo… ho bisogno di libertà. Solo un foglio bianco che mi ricordi il mio obiettivo, la ragione che mi spinge a fare un passo avanti”

Amande ha trent’anni, un marito che ama, una figlia in arrivo, progetti grandiosi per il futuro. Ma un incidente le strappa via il suo Benjamin, e con lui la piccola Manon nata prematura e incapace di sopravvivere. Sconvolta dal dolore Amande si rifugia in campagna  (quella che insieme a Benjamin aveva immaginato di abitare insieme), e sceglie la solitudine. Si allontana dal lavoro e dal mondo cercando conforto nel silenzio e nel tempo.

Ma la vita, con la sua forza inarrestabile, la spinge lentamente a riemergere. Attraverso il susseguirsi delle stagioni e l’osservazione della natura che la circonda, Amande trova piccoli appigli per riscoprire il senso delle giornate. Scopre i vecchi appunti della precedente proprietaria, Madame Lucie, che annotava su quaderni e calendari le attività dell’orto, consigli gastronomici e pensieri quotidiani. Quei semplici gesti, ripetuti nel tempo, diventano per Amande una guida, un invito a ricominciare. A darle ulteriore conforto è l’arrivo di un gatto che la sceglie come compagna, dimostrandole che, anche nella solitudine, si può essere in connessione con il mondo.

In questa nuova dimensione, Amande imparerà il valore dell’amicizia, della famiglia – persino di una madre che ha sempre sentito distante – e di una spiritualità che non si limita ai confini di una chiesa, ma si esprime nell’armonia con la natura. Il suo percorso di elaborazione del lutto si snoda attraverso quattro fasi che lei stessa annota sul calendario: Lascia entrare - Celebra - Condividi - Lascia andare Prima accoglie il dolore nella sua totalità, poi permette a un raggio di luce di filtrare nelle tenebre. Celebra la vita nelle sue piccole sorprese quotidiane – il cielo azzurro, un nido di pettirossi, un gatto affettuoso – fino a sentire il desiderio di condividere il proprio mondo con gli altri. Infine, comprende che non può restare ancorata alla sofferenza: per guarire, deve lasciare andare e aprirsi a nuove esperienze, senza dimenticare il punto di partenza.

Lo stile di Mélissa Da Costa è semplice e lineare, senza virtuosismi, ma capace di affrontare con delicatezza temi profondi come la perdita e la rinascita. Questo romanzo ci ricorda come la natura possa avere un potere salvifico e come il legame con chi ci ama possa aiutarci a ritrovare la strada.

 

 

 I quaderni botanici di Madame Lucie” di Mélissa da Costa

06 marzo 2025

IL BALLO DELLE PAZZE di Victoria Mas

 

Parigi 1855. Il manicomio di Salpêtrière è un’ istituzione storica: nato come fabbrica di polvere da sparo, divenne poi ricovero per vagabondi, emarginati, donne reiette. Qui vengono recluse le alienate, isteriche, prostitute, ribelli che non si conformano alle regole imposte dalla società. Come la protagonista del romanzo, Eugénie, ragazza di famiglia borghese, internata dal padre perché diversa, in quanto percepisce una realtà invisibile agli altri: vede gli spiriti e parla con loro.

Salpêtrière le accoglie tutte, come in una grande famiglia, oggetto di curiosità e di studio del grande luminare Charcot e del suo seguito di medici e studenti, che sperimentano su di loro il valore terapeutico della ipnosi. A vegliare su di loro, Geneviève, la sopraintendente, nubile dedita al lavoro con passione e abnegazione, che rispetta la scienza sopra ogni cosa, convinta che solo il metodo razionale possa dare ordine al caos. Cresciuta professionalmente all’interno del manicomio, vive in un appartamento poco distante dall’ospedale, concentrando tutta la sua esistenza in quel raggio di chilometri, salvo visite saltuarie al padre, medico in pensione, dal quale ha appreso tutto l’amore per lo studio e la scienza. Ma l’incontro con Eugénie cambierà il suo modo di vedere il mondo, incrinando le sue certezze e mettendo in discussione tutto ciò in cui ha creduto finora.

Il ballo delle pazze, da cui il titolo, è l’evento dell’anno, una serata in cui tutte le pazienti vengono esibite davanti alla società, un’occasione per mostrare il progresso della medicina e ostentare il potere maschile sull’essere femminile, ritenuto fragile, inferiore, da controllare. Un potere che nonostante i secoli trascorsi continua a lasciare tracce profonde nella nostra società. La cronaca ce lo ricorda ogni giorno, purtroppo.

Nel mondo chiuso e opprimente della Salpêtrière si intrecciano dolore, solidarietà, speranza. È impossibile restare indifferenti di fronte alle loro storie.

Un libro che scuote le certezze e rafforza il dubbio, motore della crescita e del cambiamento. Una lettura che fa indignare, commuovere e che ci rende consapevoli che il passato non è poi così lontano.

Lo stile è scorrevole e diretto, con una narrazione che ha il ritmo di una sceneggiatura, non a caso ne è stato tratto un film diretto da Mélanie Laurent. Grazie alla solida documentazione storica, il libro offre uno spaccato vivido di un'epoca in cui scienza e il patriarcato si intrecciavano in modo inquietante.

Una lettura che lascia il segno, perché costringe a chiederci: quanto siamo davvero cambiati?

“Il ballo delle pazze” di Victoria Mas (ed e/o 2019)