05 gennaio 2026

L’AMORE SI TINGE DI ROSSO di Andrea Carraresi

 



Ripensando alla prosa di Andrea Carraresi, quello che emerge è una scrittura matura e consapevole, ricca senza essere eccessiva, pulita, chiara, elegante, sostenuta da una competenza narrativa.  

Scrittore fiorentino, Andrea Carraresi, ambienta le sue storie nel territorio toscano, nello specifico nel paese di Sesto Fiorentino e nelle zone limitrofe, trasformando luoghi quotidiani e familiari in scenari colmi di mistero e inquietudine.  

Per chi, come me, vive a Sesto diventa un piacere moltiplicato, leggere storie come queste, in cui si riconoscono strade, paesaggi, angoli consueti attraversati da eventi tragici ma plausibili, come crimini, delitti, e violenze.

I sette racconti che compongono la raccolta esplorano le zone oscure dei rapporti disfunzionali, dei sentimenti malati, della gelosia e dell’ amore sbagliato, capace di spargere sangue anziché affetto. Un amore che, appunto, si tinge di rosso, come il titolo dichiara con lucidità e realismo.

Ogni racconto è una storia autonoma, costruita con una sapiente suspense che accompagna il lettore fino alla rivelazione finale, quando il movente o il colpevole emergono con chiarezza.  I personaggi sono tanti e memorabili: dal maresciallo Spanò a Paolo ed Eleonora, da Luca Sassoli al commissario Andrea Vinciguerra, dal maresciallo Sante Beneduci ad Andrea e la sua Ducati; infine dal commissario Emanuel Bentivoglio, fino al dottor Mirko Belluomo e alla splendida agente Caterina.

Ma il vero protagonista del libro rimane il territorio toscano: Sesto, Volterra, Calenzano, Colonnata, la Fonte dei Seppi, Le Croci, Monte Morello … luoghi ricchi di storia, bellezza, tradizioni  culturali e folkloristiche, descritti  dall’autore con partecipazione.

L’amore si tinge di rosso è un libro avvincente, che si legge d’un fiato e che invita alla  riflessione, perché l’amore  ossessivo e possessivo che conduce  spesso alla violenza non è amore, ma il surrogato più pericoloso: una visione distorta che lascia dietro sé solo un fiume di sangue e di morte.

L’amore si tinge di rosso” di Andrea Carraresi ( ed. JollyRoger 2025)     

03 gennaio 2026

PAURA DELLA MATEMATICA di Peter Cameron

 



Solo un autore come Cameron riesce a catturare il lettore senza lasciargli tregua, senza permettergli di staccarsi dalla pagina, sia che si tratti di un romanzo dalla trama complessa e avvincente, sia che si tratti di racconti come in questa raccolta, brevi e dalla struttura più scarna.

Cameron ha uno stile unico, un modo tutto suo di guardare la realtà e di riproporcela attraverso le parole, avvalendosi di similitudini e metafore, oppure mostrando semplicemente i fatti per come sono.

Non si tratta di storie straordinarie, ma di vicende comuni e contemporanee, in cui è il sentimento a prevalere e che l’autore ci restituisce nella propria essenza e significatività. La trama diviene quasi un pretesto, ciò che invece emerge con forza sono i personaggi, animati dai loro sentimenti, pensieri ed emozioni.

Incontriamo il bimbo cresciuto dai nonni che ritrova il padre quando questi è in fin di vita; il giovane che, dopo la separazione dei genitori, decide di non parlare più in loro presenza; la ragazza che si iscrive a un corso di matematica senza troppa convinzione; una nonna eccentrica che ospita il nipote e il compagno, ignara della loro relazione sentimentale; l’ adolescente triste per la perdita del proprio cane, ma che nasconde qualcosa di più profondo; la relazione amorosa di una coppia, in cui lei percepisce gli strani rituali del partner; infine la promessa di sposarsi che una figlia fa alla propria madre in fine di vita, solo per compiacerla.

Storie comuni, semplici, popolate da personaggi che hanno un profondo e ricco mondo interiore, in cui la solitudine, intesa come distanza emotiva, difficoltà di comunicazione e contatto con l’altro, diviene il filo conduttore di ogni racconto.

I racconti, uno più riuscito dell’altro, scorrono con tale naturalezza che è un attimo ritrovarsi alla fine del libro, con la sensazione di aver attraversato un mondo, un universo umano semplice in apparenza, ma denso di significato e valore.

“Paura della matematica” di Peter Cameron (ed. Gli Adelphi 2023)

02 gennaio 2026

LO SCARAFAGGIO di Ian McEwan

 



Sorprendente questo romanzo di Ian McEwan, non così grottesco come mi sarei aspettata, ma fortemente critico nei confronti della realtà nazionale inglese.

Jim Sams si ritrova improvvisamente trasformato da scarafaggio in un corpo umano, e nello specifico, nel ruolo di primo ministro inglese. Buona parte degli esponenti del Consiglio è composta da scarafaggi, come lui, che lo sostengono nella sua missione. Il suo scopo è creare un nuovo sistema politico, finanziario, economico e sociale – l’ Inversionismo – opposto a quello tradizionale, il Cronologismo,  dove tutto procede in maniera logica e razionale.

L’autore ci regala una prosa satirica con l’intento di denunciare la posizione separatista del governo britannico per la decisione di uscire dalla Unione Europea. McEwan si permette, con ironia e coraggio, di mettere in scena anche i leader delle grandi potenze mondiali – camuffandone e storpiandone i nomi – esasperandone i tratti, trasformandoli in scarafaggi   esseri ripugnanti e detestabili alla ricerca delle tenebre – che diventano la metafora di coloro che ripudiano la luce e il progresso.

Ne emerge una denuncia aperta, in cui trapela la sua posizione ideologica e la sua disapprovazione per la Brexit, come l’autore stesso asserisce nella postfazione, spiegando la ragione dell’opera: «L’intenzione era quella di ideare un progetto politico ed economico all’altezza dell’assurdità autolesionistica della Brexit»

Lo scarafaggio è una satira feroce, consolatoria e sincera che sceglie la deformità e l’eccesso per denunciare un presente politico percepito come assurdo.

Un romanzo che mi ha colpito più per la forza del contenuto che per la costruzione narrativa, ambito in cui McEwan sa eccellere, ma che ho apprezzato in molte altre sue opere.

 Lo scarafaggio” di Ian McEwan (ed Einaudi 2019)

26 dicembre 2025

EPEPE di Ferenc Karinthy

 

«Che ci faceva lui qui, e che cos’era questo qui, dove era, in che città, paese, continente, in quale dannata parte del mondo era finito?»

Cosa faremmo se all’improvviso venissimo catapultati in un paese sconosciuto, tra un popolo frenetico e poco disponibile, che parla una lingua indecifrabile, rendendo difficilissimo esternare ogni nostra necessità? È possibile sopravvivere a una tale condizione? Come se ne può uscire? È questa la suspense che pervade l’intero libro, e che spinge il lettore verso la ricerca di una soluzione che sembra non esserci.

Non conoscevo Ferenc Karinthy (Budapest 1921-1992) e trovo questa opera assai originale e ben costruita, credibile, capace di mantenere un’altissima tensione nonostante la lunghezza della prosa, la mancanza di azioni o fatti eclatanti che imprimano svolte significative alla narrazione e l’assenza quasi totale di dialoghi (cosa di non poco conto).

Eppure nonostante questo, la lettura scorre senza intoppi: attrae, coinvolge, emoziona.

Budai è un linguista di professione, in viaggio per una conferenza a Helsinki. Ironia della sorte, o per un fortuito errore, si ritrova su un aereo sbagliato, giungendo in una destinazione sconosciuta: un paese bizzarro e convulso, affollatissimo, dove uomini e donne parlano una lingua incomprensibile, non assimilabile a nessun’altra, priva di regole apparenti e in continuo mutamento.  

Trasportato dalla folla in un albergo dove soggiorna per un breve periodo, Budai, dopo l’iniziale smarrimento e l’incredulità per l’assurda situazione, comincia a interagire con questa nuova realtà, mettendo in atto ogni strategia possibile per uscire dall’incubo che sta vivendo. La simpatia e la relazione con Epepe – o Dede o Etete – la giovane ascensorista dell’albergo, rappresenteranno il contatto più ravvicinato e intimo che riuscirà a instaurare, mentre si muove in un paese il cui denominatore comune sembra essere la parola “eccesso”.

Una storia surreale, kafkiana, che ha come tema centrale l’incomunicabilità – l’incomprensione linguistica, componente significativa delle relazioni umane – e, per contrasto, l’importanza del confronto e dell’interscambio per poter progredire e trovare soluzioni. Budai tenterà in ogni modo, grazie alle sue competenze  linguistiche e antropologiche, di dipanare questa enigmatica matassa di segni e suoni, per comprendere infine che il linguaggio dei sentimenti e delle emozioni è quello universale che ci accomuna tutti: amore, pietà, amicizia, accoglienza, rabbia, desiderio di libertà.

Una prosa ricca di descrizioni dettagliate e precise fa da cornice all’estenuante ricerca di una via di fuga, un varco, una speranza.

Una lettura sorprendente, angosciante e potente, che resta addosso anche a libro chiuso. Sì, perché ci si immedesima così tanto nel protagonista che viene da chiedersi: E se fosse capitato a me? Cosa farei in una situazione simile?

Interrogativi che portano a riflettere sull’importanza della comunicazione verbale, della comprensione, del valore dell’accoglienza e dell’ascolto.

Epepe è una potente metafora della vita stessa, nella ricerca disperata di un senso: un uomo – come un neonato – che capita, o nasce, in un luogo mai visto, costretto a decifrare il mondo, a creare relazioni, a lottare per essere riconosciuto.

Un viaggio estremo attraverso l’incomunicabilità, che mette a nudo la fragilità, e insieme la straordinaria capacità di resistenza dell’essere umano.

Budai riuscirà a tornare al suo paese, alla sua origine?

 “Epepe” di Ferenc Karinthy ( ed. Gli Adelphi 1999)

14 dicembre 2025

FAME di Knut Hamsun

 

Dignità, generosità e onestà, gli ingredienti giusti per placare la fame

Knut Hamsun ( 1859-1952), scrittore norvegese e premio Nobel per la Letteratura nel 1920, è una figura complessa e controversa. La sua opera è stata a lungo offuscata per le sue simpatie nazifasciste che gli costarono anche la prigionia. Al di là di questo Fame resta uno dei romanzi più influenti del Novecento.

Il romanzo, semibiografico,  narra le vicissitudini di un giovane scrittore esordiente nella città di Christiana impegnato in una estenuante battaglia per affermarsi nel difficile e impervio  mondo dell’editoria.

La narrazione ruota attorno al vagabondare del protagonista - tema ricorrente in tutte le sue opere - alle prese con difficoltà economiche, dubbi sulle proprie capacità creative e intellettuali, rifiuti editoriali e colpi avversi di una sorte che sembra accanirsi contro di lui.

Nel protagonista/ autore, si avverte una somiglianza impressionante con Arturo Bandini di J.Fante: il peregrinare incessante, la miseria, la ricerca disperata di comprensione e amore, il continuo rivolgersi a un Dio percepito ostile e ingiusto, ma sempre invocato e presente.

Anche per questo Hamsun viene considerato un pioniere della narrativa del Novecento, spostando l’attenzione sulla realtà più profonda dell’essere umano: sui  bisogni, desideri, aspirazioni che possono condurre tanto alla grandezza quanto alla follia e alla miseria.

La fame - quella vera, fisica - domina la scena. Si impone, sembra placarsi con pasti abbondanti ed esagerati, per poi  tornare ancora più prepotente e persecutoria. Da qui nascono deliri, allucinazioni, sofferenze del corpo e della mente, che portano il protagonista costantemente al limite delle possibilità,  per poi superarlo e ricominciare da capo con rinnovata e inspiegabile energia.

Nel romanzo si assiste a una continua caduta negli abissi seguita da improvvise risalite, spesso dovute a eventi fortuiti o momentanee benevolenze della sorte. Una precarietà incessante che non concede mai stabilità e certezze.

La prosa di Hamsun è molto meticolosa, dettagliata, frammentata, dilatata nel tempo. In alcuni passaggi può forse risultare ripetitiva, ma questa scelta stilistica si rivela comunque efficace per restituire l’ossessione della soddisfazione di un bisogno primordiale come il cibo e l’alterazione della percezione che ne deriva.

Un personaggio davvero  unico, lo stereotipo dello scrittore che crede ostinatamente nelle proprie capacità e gioca il tutto e per tutto per raggiungere il suo obiettivo. Colpisce questa incrollabile convinzione, che sembra essere il viatico per raggiungere il successo: talento, determinazione, impegno, costanza, e inevitabilmente una buona dose di fortuna. Il tutto vissuto nel rispetto dell’altro, senza prevaricazione nè antagonismo.

A sorprendere maggiormente è però la sua integrità morale. Nonostante la miseria estrema, emergono onestà, generosità e altruismo. Il protagonista non indulge nell'autocommiserazione e non vede solo le proprie disgrazie, ma anche quelle altrui arrivando a donare il poco denaro posseduto a chi ritiene ne abbia più bisogno. Intanto la fame lo consuma, lo indebolisce, lo uccide.

Povero ma dignitoso, pensa: «la consapevolezza di essere una persona onesta mi aveva dato alla testa, colmandomi di una sensazione gloriosa di essere un uomo di carattere, un faro bianco nel mezzo di una marea vergognosa di persone miserabili».

Le descrizioni sono così suggestive, da trasmettere tutta l’angoscia, il languore, il vuoto, il delirio, i fantasmi che la mancanza di cibo è in grado di evocare. Una fame percepita a livello fisico e mentale, una fame che tuttavia non cancella i pilastri dell’ integrità dell’ uomo: dignità, onestà e altruismo.

Il lettore finisce per sentirsi affamato insieme al protagonista, a gioire con lui dei suoi brevi successi editoriali, ad indignarsi davanti alle umiliazioni subite e alle improvvise e sconsiderate dispersioni del denaro appena ricevuto.

Un’ altalena di sentimenti contrastanti - euforia e depressione, sazietà e mancanza, pienezza e vuoto, felicità e tristezza - che rende il romanzo toccante ed estremamente realistico.

Fame è una lettura intensa, scomoda e profondamente umana, che non concede consolazioni nè soluzioni definitive. Un romanzo capace di mettere il lettore davanti alla fragilità dell'individuo e, al tempo stesso, alla sua ostinata volontà di resistere. Un'opera che logora, coinvolge e resta impressa, invitando ad andare oltre la superficie della fame per interrogarsi sul prezzo della dignità, dlla vocazione e dell'integrità morale.

Una scoperta che merita di essere approfondita.

 “Fame” di Knut Hamsun ( ed. Gli Adelphi 2002)


06 dicembre 2025

IL MISTERO DI MARRADI di Barbara Carraresi

 


«Una cosa sono le storie poco chiare e un’altra quelle non chiarite»

Ancora una nuova indagine per il commissario Cesare Maremmi, personaggio indimenticabile nato dalla penna del padre dell’autrice (Le due coscienze  di Andrea Carraresi), e ripreso da Barbara nel romanzo successivo Il gioco del Quindici. Questa volta ci spostiamo dal mare all’Appennino tosco - emiliano, nel paese di Marradi, conosciuto per i secolari castagneti e per aver dato i natali al poeta Dino Campana.

Ciò che caratterizza questo nuovo episodio è il fatto di essere ispirato a una storia vera: un caso ancora irrisolto che sconvolse il paese nel dopoguerra e che l’autrice ci riconsegna arricchito dalle sue competenze creative e professionali forensi.

1960. Alfonso Naldoni, guardacaccia della tenuta di Cerreta, viene ucciso con un proiettile calibro 12 e ritrovato pochi giorni dopo, nascosto in un rovo, poco distante. Sconosciuto il movente. Dell’omicidio vengono accusati due giovani cacciatori di frodo, Callisto Tronconi e poi Francesco Liverani, detto Cento. Arrestati e poi rilasciati, le indagini proseguirono nel tempo senza mai approdare all’identificazione di un colpevole. Il figlio, Luigi Naldoni, decide finalmente di riparlare del caso, con un giornalista in cerca di un articolo sensazionale.

Anche Cesare Maremmi, venuto a conoscenza del misterioso omicidio, durante una gita con Margaret alla sagra del marrone, riaprirà il caso, regalandoci magnifiche sorprese.

Il romanzo si muove su due piani paralleli, alternati con equilibrio, che alla fine si ricongiungono: da un lato l’indagine del giornalista, Alessandro Nannini, che riporta alla luce un caso taciuto troppo a lungo, dall’altro, quella del commissario Maremmi che indaga con passione, rispolverando scartoffie, verbali, processi che non hanno mai portato alla verità.

Molto interessanti i numerosi personaggi, tutti molto ben rappresentati e caratterizzati, incluso il paese stesso di Marradi, vero protagonista del romanzo.  

Indimenticabile il mite Luigi Naldoni, con i suoi modi delicati e umili. Sempre affascinante e cortese Margaret, moglie di Maremmi, qui meno incisiva ma sempre presenza stabile e attenta a fianco del marito. E poi Adalgisa, la madre del commissario, ansiosa di rifocillarlo con le sue irresistibili pietanze fiorentine.

Non mancano figure secondarie bizzarre come Stefano il lampredottaio, che fa cadere Cesare in tentazione, o Mario Visani, proprietario dell’hotel Le tre virtù, dove soggiornano i due detective, col suo approccio gentile ma schivo.

Mariella la moglie, emiliana verace, amante della buona cucina , generosa, che sarà la prima a incrinare l’incallita omertà del paese, aprendo un varco decisivo per le indagini. E ancora Simeone, il fratello maggiore di Mario, autistico, che sembra abbia perso la parola per il trauma causato dall’ omicidio di Naldoni.

Divertente il rapporto di Cesare con la chiesa e con l’attuale parroco Don Marco, che non esita a dare il suo contributo alle indagini.

E poi i personaggi chiave dell’epoca: Alfonso Naldoni, la vittima; il Dottor Gruber il mecenate che acquistò la tenuta Cerreta, dando lavoro e cibo ai paesani reduci dalla guerra; Enrico Gruber il figlio scapestrato, dissipatore di denaro insieme alla compagna, un attricetta di poco conto; Don Cioni, parroco ai tempi del delitto, che aveva un casotto nella tenuta del conte, dove spesso si fermava a dormire, una consuetudine piuttosto insolita; e infine Guglielmo Visani , avvocato del dottor Gruber, padre di Mario e Simeone, che seguì il caso a favore del suo cliente ed ereditò poi la tenuta di Cerreta.

Insomma un panorama ricco e ben strutturato, nel quale ci muoviamo anche noi lettori con soddisfazione e  divertimento, grazie alla scrittura sobria e magnetica di Barbara Carraresi.

Non aggiungo altro a questa carrellata di personaggi, lasciando al lettore il piacere di scoprire da sé la storia, che sa affascinare, coinvolgere  e intrigare.

Un libro che ho letto d’un fiato, iniziato e terminato in poche ore. Non è una qualità comune a tutti gli scrittori, Barbara Carraresi è fra questi. Spero che continui a regalarci ancora molte storie con Cesare Maremmi, uomo onesto, appassionato, amante della bellezza, della verità e della giustizia. Quella giustizia che non basta a colmare il vuoto lasciato da un omicidio, «neanche la miglior sentenza del mondo può offrire un conforto perché non riporta in vita le persone care».

 Barbara sa scegliere, riconoscere e dosare le parole giuste con gusto, misura e pertinenza.

La sua scrittura è un fiume prorompente, come il suo carattere, da cui traspare entusiasmo, positività e amore per la giustizia.

Vi lascio, con l’invito alla lettura, sono certa che non ve ne pentirete.

“Il mistero di Marradi” di Barbara Carraresi ( ed. JollyRoger 2025)

04 dicembre 2025

LA FELICITA’ AFFOGATA di Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Tutte le volte che leggo un libro di Carlo Menzinger, mi chiedo come possa l’autore riuscire a immaginare mondi così fantastici e, al contempo, tremendamente realistici. Leggendo le storie dell’autore veniamo catapultati in realtà apocalittiche, distopiche, ma tragicamente possibili e imminenti.

Anche in questo breve romanzo si percepisce tutta l’angoscia di un futuro che sembra scivolare verso l’autodistruzione. Lo scenario è una Firenze trasformata in una grande palude melmosa e putrida, dove emergono solo le sommità dei monumenti e degli edifici, le strade sono canali percorsi da veicoli acquatici e i cieli sono solcati da navicelle volanti.

Protagonista Lapo Vinci, un uomo forte, capace di prendere la vita per il verso giusto, e di vedere sempre il lato positivo di ogni evento, persino il più tragico, come la propria morte, che lo trasforma in un mecca, un robot che conserva il cervello e l’ anima di un tempo. Nonostante l’involuzione globale della Terra, le avversità, le perdite e i lutti, Lapo rimarrà sempre  positivo, e soprattutto propositivo, trovando una soluzione per ogni problema, anche per quelli che sembrano irrisolvibili.

È questo il grande valore del protagonista: la resilienza e l’ottimismo. Accettare ciò che il destino gli riserva , affrontarlo e rinascere, sempre, trasformato e migliore.

Un romanzo che diverte, ma che fa anche riflettere su tematiche fondamentali come lo sfruttamento del pianeta, l’inquinamento globale ed esponenziale, il surriscaldamento climatico e il senso stesso dell’esistenza.

Una grande lezione, racchiusa anche in questa frase: «Abbiamo davvero bisogno di essere felici o è proprio questo nostro cercare la felicità a renderci insoddisfatti e tristi? […] Se non aspirassimo a essere felici, forse potremmo essere davvero sereni, non affannarci, non cercare sempre nuovi stimoli e vivere veramente».

Una lettura davvero piacevole, dal linguaggio semplice e immediato, perfetta per chi desidera divagare in mondi sconosciuti, fantastici ma probabili se non impareremo a prenderci più cura del nostro pianeta.

“La felicità affogata” di Carlo Menzinger di Preussenthal  (Tabula Fati 2024)

16 novembre 2025

IL VALORE AFFETTIVO di Nicoletta Verna

 

«Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita»

L’esordio letterario di Nicoletta Verna, è stato davvero una piacevole scoperta: un romanzo dalla scrittura matura, intensa e profondamente consapevole.

La storia narra di una famiglia felice, simile a molte altre negli anni del boom industriale. Al centro, due bambine, Bianca e Stella, unite da un sentimento di sorellanza indissolubile, finchè un evento tragico infrange quell’equilibrio e stravolge per sempre il modello familiare. La morte di Stella lascia un vuoto incolmabile: Bianca rimane sola, la sua vita non sarà più la stessa, tormentata dal senso di colpa e dalla convinzione di avere avuto un ruolo significativo, nella tragedia. Anche gli adulti cedono al dolore: la madre si chiude in una depressione autodistruttiva, mentre il padre sceglie di allontanarsi per rifarsi una nuova esistenza.

La bellezza straordinaria di Bianca, diventa l’ elemento vincente per farsi strada nel mondo della televisione, più per compiacere la madre - ipnotizzata dallo schermo - che per convinzione personale. E qui, il romanzo offre interessanti spunti di riflessione sulla televisione spazzatura, pensata per distrarre, per non far pensare, per trasformare gli individui in consumatori passivi, privati del senso critico e pieni di falsi bisogni. «La merce mira al cuore del consumatore, lo spoglia di ogni artificio finchè non è in preda al desiderio più atavico: un onnivoro senso di possesso».

Nella sua ricerca di equilibrio, Bianca incontra Carlo, un cardiochirurgo affascinante, ammirato da tutte le studentesse dell’Università in cui insegna. Tra i due inizia una relazione di affetto e passione. Lui la adora e Bianca sembra ricambiare con gentilezza e docilità. Ma Bianca ama davvero Carlo? O dietro quel legame si nasconde qualcos’altro? In ogni caso non è la vicenda romantica il cuore pulsante del romanzo: il fulcro è il senso di colpa di Bianca che attraversa ogni sua scelta dando inizio a un percorso di crescita, consapevolezza e accettazione di sé.

 «Qual è il prezzo esatto del senso di colpa? Il valore monetario del valore affettivo?»

La potenza del libro risiede tutta in Bianca, un personaggio di grande spessore, capace di precipitare nell’abisso più cupo, e al tempo stesso, di riemergere con dignità e forza, in un continuo alternarsi di cadute e risalite.

Lo stile dell’autrice è nitido e controllato, ogni frase scelta con cura, il registro sobrio ma emotivamente denso, in cu isi alternano sequenze riflessive a quelle narrative. Il ritmo è vario anche se serrato.

La trama, costruita in prima persona, non segue un ordine cronologico lineare, ma con salti temporali, di scene che, come scatti fotografici, rivelano la storia a poco a poco, lasciando emergere conflitti e interrogativi, spesso senza risposta.

Ho letto Il valore affettivo tutto di un fiato, catturata dalla capacità dell’autrice di “agganciare” il lettore fino alle ultime pagine, soprattutto riguardo la disgrazia che avvolge gran parte della vicenda, svelata solo quasi al termine del romanzo.

La scrittura di Nicoletta Verna dà voce alle emozioni, anche quelle scomode e meno nobili, che fanno comunque parte di noi. Alla fine, ciò che resta è la certezza che il valore affettivo non si misura in colpe, ma nel coraggio di riconoscersi per ciò che si è davvero. 

“Il valore affettivo” di Nicoletta Verna ( ed.Einaudi 2021)


05 novembre 2025

DEI BAMBINI NON SI SA NIENTE di Simona Vinci

 



Ho scelto Dei bambini non si sa niente dopo aver conosciuto l’autrice con Parla, mia paura, apprezzandone le qualità stilistiche e la capacità  introspettiva.

Anche in questo romanzo Simona Vinci non mi ha deluso per questi aspetti, mentre ho fatto fatica a digerire la trama e un tema tanto forte, e crudele, come la violenza sui bambini. Avrei voluto interrompere la lettura, ma non è mia abitudine e ho resistito.

La storia è semplice,con pochi personaggi. Estate. Anni Novanta, Granarolo. Intorno campi di grano biondo. Un gruppo di bambini - Martina, Greta, Matteo, Luca e Mirko - giocano nella piazzetta del paese. In un capannone isolato, a pochi chilometri di distanza, scoprono le differenze fra i sessi, pulsioni e piaceri nascosti  che condividono, come se fosse un gioco. Ma il gioco, guidato da Mirko, il più grande, si fa sempre più azzardoso fino a un epilogo sconcertante.

Una lettura che mi ha toccato per la crudeltà che emerge ferocemente, anche se mitigata dalla leggerezza e innocenza del mondo infantile. Apprezzo il fatto che l’ autrice ha affrontato un tema insolito, come la sessualità e le pulsioni dei bambini, ma portarlo all’estremo, fino a tale violenza mi è sembrato eccessivo. Lo comprendo, nel contesto di una letteratura dark (mi viene in mente la letteratura di Ian McEwan), non a caso il libro ha suscitato pareri contrastanti.

Concludo, con la promessa che leggerò ancora Simona Vinci, autrice di indubbio talento, leggendone però prima la sinossi.

“Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci ( ed Einaudi 1997)

04 novembre 2025

CHIEDI ALLA POLVERE di John Fante

 


CHIEDI ALLA POLVERE di John Fante

«Ho un consiglio molto semplice da dare a tutti i giovani scrittori. Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla».

È la quarta volta che rileggo Chiedi alla polvere, e ogni volta scopro nuove sfumature, dettagli un tempo sfuggiti, capaci di suscitare pensieri e riflessioni inedite. E la cosa più sorprendente è che, al termine della lettura, non rimango mai delusa.

Siamo negli anni Quaranta. Arturo Bandini, un giovane ragazzo di origini italiane, si trasferisce dal Colorado a Los Angeles con il sogno di diventare uno scrittore di successo. Nella polverosa metropoli coltiva la sua ambizione, facendo esperienze nuove, intrecciando relazioni con prostitute - per poi pentirsene subito dopo - conoscendo i coinquilini dell’albergo dove vive, uomini e donne segnati da storie di fallimento, di alcolismo e degrado.

L’incontro con Camilla Lopez, la cameriera messicana del pub che frequenta quando non scrive, segnerà la svolta. Arturo sente di amarla, anche se lei è innamorata di Sammy, il cameriere che invece la disprezza per la sua etnia. Un amore tormentato, un’altalena di sentimenti e passioni dove i ruoli spesso si invertono. Una trama apparentemente comune, una storia di amore non corrisposto, ma che in realtà nasconde molto di più. Non a caso la letteratura di Fante è stata riscoperta e apprezzata, anche grazie a Bukowski, che lo considerava un maestro.

Arturo Bandini è l’ alter ego dell’autore, tanto che potremmo definirlo in gran parte un romanzo autobiografico. Cambiano i nomi, ma nella sostanza c’è lui, John Fante. La vicenda si svolge durante le due Guerre Mondiali, con riferimenti fugaci all’ Europa e a Hitler, ma senza che l’autore insista sugli eventi storici e la loro tragicità. Il suo sguardo è rivolto al conflitto interiore del protagonista, un giovane alle prese con le sue aspirazioni letterarie e le proprie fragilità.

Dietro l’ambizione e l’ arroganza di Bandini, si nasconde una grande umiltà, un animo gentile e comprensivo. Bandini/ Fante è l’ «amico degli uomini  come degli animali», perché conosce la condizione degli emarginati, di coloro che per conquistarsi dignità e reputazione devono lottare con le proprie forze. Lui fa parte di questo popolo. La redenzione degli ultimi, attraverso la tenacia, il sacrificio e anche un po’ di fortuna è la lezione che Fante vuole dimostrare con questa sua grande opera.

Nel romanzo emerge anche una profonda ricerca di spiritualità, radicata nella tradizione familiare dell’autore, spesso incapace di dare risposte ai suoi interrogativi. Bandini patteggia con Dio, lo invoca e lo respinge, combattuto tra fede e scetticismo: « Quale Dio? Quale Cristo? Erano miti in cui avevo creduto un tempo ma ora era fede che mi sembrava mito […] Scendi giù dal tuo paradiso, Dio, scendi che ti spacco la faccia, maledetto buffone […] La Chiesa deve sparire; è il ricettacolo degli stolti, delle canaglie e delle mezze cartucce».

A mio parere, non è la trama, ma lo stile il vero punto di forza del romanzo. La narrazione in prima persona è scorrevole e intimistica, come se fosse il lettore a dialogare con sé stesso. Ma l’alternanza con la terza persona, in alcuni passaggi, rende il ritmo ancora più dinamico consentendo all’autore di osservare il suo protagonista da una certa distanza, restituendolo come un’entità indipendente.

Le descrizioni sono poesia, senza effetti speciali, ma di una bellezza sobria e naturale.

«Quando varcò le porte girevoli, fu come una musica […] La città che si stendeva ai miei piedi sembrava un albero di Natale […] la nebbia si era insinuata ovunque come un grande animale bianco […] I suoi capelli sparsi sul cuscino sembravano inchiostro uscito da una boccetta […] Il suo viso giallastro, in cui solo gli occhi sembravano vivi, mi ricordava una rosa dimenticata tra le pagine di un libro […] Facce sbiadite come fiori strappati alla radice e ficcati in un vaso…», il libro ne è pieno.

Nei dialoghi Fante è un maestro: sono essenziali, vivi, perfetti. Nascondono bene la loro finzione.

È pure evidente nel racconto, la difficoltà - così attuale - di affermarsi come scrittori, di rendersi credibili al mondo e all’editoria, nonostante il talento.

In Arturo si avverte una profonda solitudine, condizione quasi necessaria alla creazione artistica, che lo porta a preferire l’immaginazione all’esperienza diretta dell’amore per Camilla.

La Morte e la malattia, attraversano spesso questo romanzo, argomenti scomodi per un giovane come Bandini, ma che diventano occasione di  consapevolezza e di trasformazione artistica. «Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo […] il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tener lontano il deserto».

Lo stesso deserto da cui arriva la polvere che dà il titolo al libro, riempie ogni scena, ogni passaggio, le strade di L.A, la stanza di Arturo. È  la polvere del Mojave, quel velo dietro cui si cela la verità delle cose, oppure come scrive Fante nell’epilogo, «è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere». Parole di grande attualità, che sembrano raccontare la storia odierna, di quelle popolazioni perseguitate in cerca di asilo o di una patria.               

Chiedi alla polvere è un grande libro, un desiderio di appartenenza, un respiro di speranza, di possibilità di sogni che possono realizzarsi.

Una lezione di vita, nella voce di un ventenne: «Diventare un uomo migliore: sempre quella era l’idea di Arturo Bandini, di diventare un grand’uomo, di scrollarsi la polvere della strada, di amare uomini e bestie nello stesso modo»

“Chiedi alla polvere” di John Fante ( ed Einaudi 1982)

01 novembre 2025

MI RICONOSCI di Andrea Bajani

 

«Comunque, per quanto poche, la vita lascia anche altre opzioni»

Un libro che nasce come omaggio ad Antonio Tabucchi – al suo valore di scrittore e di uomo – emigrato in Portogallo senza però recidere il legame col suo paese d’origine, in particolare con Vecchiano, in Toscana.

È la storia di un’amicizia tra due scrittori: stessa origine, stessa passione per la letteratura, stesso amore per le parole. Scritto in prima persona (dall’autore stesso) e rivolto direttamente all’amico, come una lettera a senso unico, il racconto inizia dalla fine – dal funerale di Tabucchi – per ripercorrere a ritroso la storia della loro amicizia, il vissuto e le esperienze condivise, i momenti salienti e incisivi della loro  relazione intellettuale, fino alla malattia e alla morte, il 25 marzo 2012.

La malattia diviene uno spartiacque, un confine tra un prima e un dopo. Trasforma il corpo ma non l’anima, lo trasforma senza chiedere il permesso, senza possibilità di scelta. Bajani la descrive con una lucidità disarmante: «Non eri tu che la sceglievi, era la morte che ti metteva addosso la sua maschera di carnevale. Ti obbligava a una vestizione che non avevi chiesto».

Una frase che esclude ogni pietismo , restituendo alla morte un valore oggettivo, quasi naturale.

La storia di un’amicizia autentica, in cui si può essere sé stessi, dire ciò si pensa senza filtri, telefonarsi a notte fonda per parlare ore e poi riagganciare senza neppure un saluto formale.

Le frasi scorrono come versi, una prosa che ha il respiro della poesia, mai melensa, sempre essenziale. Dolore, malattia, sofferenza e morte pervadono il testo, restituite dall’autore come un omaggio alla vita, al valore degli affetti, dell’amicizia e dei legami veri.

In un passaggio, Tabucchi dialoga con la Morte, quasi a patteggiare con lei: prima con spavalderia, poi con rabbia, infine con accettazione.

Le descrizioni sono minuziose e singolari: non spiegano, mostrano

Ottime le metafore e similitudini che colpiscono per precisione e concretezza. Ogni emozione viene restituita attraverso un suono, un colore, un odore o una forma. È come se Bajani scavasse nelle parole per trovare alla fine, il “ tesoro” nascosto.

Mi riconosci è un libro per chi ama la buona letteratura, per chi non si accontenta di una trama ma cerca qualcosa di più: un’esperienza di stile e di verità, dove la scrittura diviene un modo per riconoscere se stessi e gli altri.

“Mi riconosci” di Andrea Bajani (ed Feltrinelli 2013)

31 ottobre 2025

IL TEMA DI ETHNA di Anna Bertini




Una storia al femminile, un percorso di introspezione, ostacoli, crescita e rinascita.

Ethna è una violoncellista e organizzatrice di eventi. La musica è la sua passione, l’ha anteposta a tutto, persino al ruolo di moglie e madre. Quarantenne, con un matrimonio in crisi, molti interrogativi in sospeso, ritrova in Lorenzo quella passione sentimentale mai conosciuta, che le permette di liberarsi dalle redini del controllo e di vivere con spensieratezza una relazione destinata però a finire troppo presto.

Una storia in cui la famiglia – non solo quella tradizionale – ha un ruolo centrale: una rete di affetti e legami che ruotano attorno alla protagonista, si evolvono, entrano in conflitto e si risolvono. Centrale è la figura del padre, Enzo, un uomo intelligente, generoso, affabile, con il quale Ethna ha un rapporto unico, un affetto indescrivibile. La sua morte, accompagnata dalla rivelazione di un segreto familiare, le toglierà però alcune certezze, gettandola nello sconforto.

Una storia complessa e  articolata, forse fin troppo, con troppi personaggi, non sempre necessari allo sviluppo della trama. Un caleidoscopio di nomi, volti e vicende che a tratti si aggrovigliano, creando un po’ di confusione e togliendo chiarezza e fluidità alla narrazione. Le numerose sequenze narrative, finiscono per prevalere su quelle riflessive e introspettive, che personalmente amo tanto.

Anche i numerosi anglicismi (senza traduzione a piè di pagina) che si inseriscono nei dialoghi come parte naturale del vissuto dei protagonisti bilingue, a mio parere, intralciano la lettura a chi come me non ha dimestichezza con l’inglese.

Molti, tuttavia i punti a favore: le citazioni musicali, che rivelano la cultura e le competenze dell’autrice in campo musicale; la scrittura ricercata, ricca di descrizioni ben articolate; l’accurata documentazione di luoghi reali dell'Irlanda e della Toscana.

Un libro che possiede grandi potenzialità per il patrimonio culturale che si cela dietro il mondo dell’autrice, ma che talvolta si disperde nel susseguirsi di troppi conflitti, senza una reale concentrazione o approfondimento di ciascuno di essi.

Resta comunque un romanzo che incuriosisce man mano che si procede nella lettura e che spinge il lettore a desiderare di conoscere meglio quei luoghi così carichi di magia, come il castello di Sonnino e il mare fragoroso che bagna le pendici. Un’opera intensa che affascina per il tessuto emotivo e per la forza evocativa dei suoi paesaggi.

“Il tema di Ethna” di Anna Bertini (Arkadia 2025)                                        

25 ottobre 2025

ANATOMIA DELL’IMPROBABILE di Massimo Acciai Baggiani e Renato Campinoti

 


Quando si conoscono gli autori di un libro, la lettura assume un tono diverso, più ricco: le parole non le leggiamo più con la nostra voce, ma con la loro, con il loro timbro, inflessione, ritmo. In questo caso, poi, poichè i racconti sono stati scritti a quattro mani, è affascinante cercare di riconoscere, nei vari passaggi, l’impronta dell’uno e dell’altro autore.

Si può riconoscere la voce leggera, quasi  sussurrata, di Massimo Acciai Baggiani, appassionato di esperanto, che predilige personaggi complessi e problematici, portatori di un ricco mondo interiore, da esplorare, sviscerare, condividere.

Più forte e decisa è invece la voce di Renato Campinoti, che prosegue sulla traccia di Massimo concentrandosi su ciò che ruota intorno ai personaggi: l’ambiente, la dimensione culturale, sociale e soprattutto storica.

È proprio questo connubio, questa integrazione tra uno stile intimistico e uno più attento al contesto collettivo, a rendere le storie accattivanti e originali.

Ventotto racconti brevi, in cui Firenze, la periferia e più in generale la Toscana, fanno da sfondo a queste vicende ora divertenti, ora nostalgiche, sentimentali o cupe.

Navigatori che complottano contro gli automobilisti, scrittori senza idee, personaggi alla ricerca delle proprie origini, segreti familiari, bambini che parlano lingue nuove, storie di amore e di odio; un Renzo Tramaglino catapultato nel Risorgimento, matrimoni tra gatti e umani, sogni di gloria, incubi, visioni, ossessioni, follie, fatalità e menzogne, salti nel tempo e nello spazio.

Il Coronavirus è spesso presente in queste pagine, con la sua forza distruttrice, contrapposta al potere salvifico dei vaccini, una tema che ancora oggi suscita discussione. Non mancano problemi ambientali come i surriscaldamento globale che minaccia la vita sulla Terra, spingendo l’umanità a cercare nuovi mondi da abitare, pianeti dove perfino la sabbia può essere mangiata.

Tradimenti, infedeltà, violenze e anche personaggi letterari, come Anna Karenina, che escono dai libri per criticare la società contemporanea.

Insomma , ce n’è per tutti i gusti, impossibile annoiarsi. Com’è impossibile non riflettere sulla nostra condizione di esseri umani, risultato di una Storia che, forse, non ci ha ancora insegnato abbastanza.

“Anatomia dell’improbabile” di M.Acciai Baggiani e Renato Campinoti ( Gli Elefanti Edizioni 2025)

25 ottobre 2025