22 febbraio 2026

IL MIO ANNO DI RIPOSO E OBLIO DI Ottessa Moshfegh

 

Catturata dal titolo e dalla sinossi, mi sono detta”Finalmente un’ autrice che non  conosco e una storia davvero accattivante. Scopriamola.”

Così armata delle migliori aspettative, ho affrontato il testo, libera dalle suggestioni degli amici o da recensioni online che avrebbero potuto influenzarmi.

Siamo nell’Upper East Side di New York. In un appartamento lasciatole dai genitori - il padre morto di cancro, la madre suicida - vive la protagonista del romanzo, una donna giovane, bella, ricca, laureata alla Columbia. È lei stessa la voce narrante, ma di lei non conosceremo mai il nome.

Il rapporto con l’amante Trevor non va per niente bene: lui la usa per soddisfare i propri desideri senza alcuna intenzione di costruire un rapporto autentico. Reva, l’unica amica e confidente, è una donna fragile, affetta da bulimia, con una madre gravemente malata.

Insoddisfatta del suo lavoro di assistente in una galleria d’arte, la protagonista  si licenzia e decide di ritirarsi nel proprio appartamento con un obiettivo preciso: stordirsi in un sonno riparatore, grazie all’uso smodato di psicofarmaci prescritti senza alcun controllo da una dottoressa irresponsabile e superficiale, la dottoressa Tuttle .

Il romanzo racconta così un lungo delirio che si svolge quasi interamente tra le mura dell’appartamento, in un’atmosfera nebulosa fatta di sogni, film che scorrono ininterrottamente da un videoregistratore e  sesso dozzinale e volgare, salvo rare escursioni nelle Avenue di Manhattan per recarsi dalla psichiatra, per fare provviste di farmaci o la spesa alla bodega degli egiziani.

Il libro parte da un’idea originale: prendersi un anno per dormire di un sonno riparatore e terapeutico. Alla lunga, però la lettura si è rivelata prolissa e noiosa. A cosa serve, mi sono chiesta, l’elenco ossessivo degli psicofarmaci che la protagonista ingurgita come fossero caramelle, in quantità tali da stendere un cavallo? Sebbene l’opera si presenti con un tono realistico, l’abuso dei farmaci descritto assume toni assai grotteschi  al limite del verosimile.

Il romanzo è senz’altro scritto molto bene: il linguaggio è ricercato, preciso, ricco di buone descrizioni, metafore e riflessioni. Tuttavia la storia si dilunga oltre il necessario e avrebbe potuto essere notevolmente ridotta senza compromettere l’efficacia dell’ epilogo.

 

Nonostante la mia riserva personale, la lettura affronta tematiche estremamente attuali: il senso di estraneità, l’isolamento, la solitudine, l’incapacità di realizzarsi in un sistema che impone regole sempre più rigide.

Anche la scelta di non dare un nome alla protagonista enfatizza ancor di più la sua spersonalizzazione e la sua alienazione, il distacco emotivo da un mondo che non riconosce più. Da qui il suo desiderio di annullarsi, di rifugiarsi in un lungo sonno, con la speranza di rinascere come una persona nuova.

Il mio anno di riposo e oblio è un romanzo che colpisce per stile e lucidità, ma che non è riuscito a coinvolgermi  e convincermi fino in fondo. Pur affrontando temi rilevanti, la narrazione si perde spesso in ripetizioni e lentezze che ne indeboliscono l’impatto emotivo. Resta un’opera interessante dal punto di vista letterario, ma non indimenticabile.

 “Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh ( ed Feltrinelli 2019)

15 febbraio 2026

BELLA MIA di Donatella Di Pietrantonio

 

Dopo aver apprezzato la scrittura di Mia madre è un fiume e L’arminuta, mi sono avvicinata a questo romanzo con alte aspettative, che sono state confermate o addirittura superate.

Il titolo e l’immagine del libro possono trarre in inganno. Bella mia, non si riferisce a una donna, ma a L’Aquila, una città ferita dal terribile sisma del 6 aprile del 2009, evento in cui morirono oltre trecento persone.

Al centro della narrazione troviamo Caterina, gemella di Olivia.

Pur essendo molto simili fisicamente, sono profondamente diverse nel carattere. Forte, solare, positiva Olivia, quanto delicata, crepuscolare e pessimista l’altra. Il destino ha scelto di portarsi via Olivia, lasciando a Caterina il peso della colpa della perdita della sorella “giusta”, una donna piena di progetti , madre di un adolescente : «Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. La sua vita sarebbe stata più utile, avrebbe cresciuto il ragazzo».

L’Aquila e Il terremoto non sono semplici scenari, ma i protagonisti assoluti, descritti dalla Di Pietrantonio in maniera così realistica che sembra davvero di respirare la polvere dei crolli e toccare con mano le macerie della “zona rossa”.

I personaggi si muovono in una quotidianità frammentata, priva di una rigida continuità temporale. Il tempo sembra seguire regole proprie, a volte accelera, rallenta, a volte si ferma. Come nella notte del 6 aprile 2009 alle ore 3.32.

Significativa è l’elaborazione del lutto, il lavoro interiore che ogni protagonista compie su se stesso.

La madre vive nel ricordo, nella disperazione di chi ha perso una figlia, ma trova conforto nella preghiera e nella quotidianità delle semplici cose: cucinare, accudire la casa – le C.A.S.E  costruite per gli sfollati – portare i fiori al cimitero, scaricando sul genero la colpa della perdita: «Se fosse rimasto con lei, non sarebbe tornata a L’Aquila a morire».

Marco affronta i problemi dell’adolescenza e il conflitto col padre, musicista che vive a Roma. Ribelle alle regole, marina e sminuisce scuola e istruzione, cercando di ricostruirsi un angolo di quiete nel passato distrutto, in maniera molto singolare. Descritto con un realismo straordinario, a partire dall’aspetto – i capelli ricci e appiccicosi, i brufoli gonfi e rossi, le gambe lunghe e magre…– per arrivare alle emozioni che si muovono dietro questa facciata: rabbia, insicurezze, ironia, desiderio di appartenenza.

E poi c’è Caterina, un’artista che crea e dipinge ceramiche, che ha scelto una vita indipendente, senza figli. Per questo, prendersi cura del nipote, le appare un compito ancora più gravoso. Il suo continuo rimuginare e il confronto con la sorella scomparsa, troverà nell’arte una possibilità di salvezza.

I rapporti familiari tra zia e nipote, madre e figlia, padre e figlio, nonna e nipote, si intrecciano in modo assai complesso e doloroso, ma sempre sostenuti da una profonda umanità.

La prosa della Di Pietrantonio spesso rasenta la poesia, trasformando l’ emozione in azione e viceversa, senza sentimentalismi o inutili pietismi. Una narrativa concreta e realistica che oggettivizza la tragedia collettiva e personale, invitando a riflettere sull’imprevedibilità della vita e sulla fragilità dei nostri progetti.

Nonostante la sciagura, tra le pagine affiorano bagliori di speranza: la ricostruzione di un paese, le amicizie ritrovate, la salvezza nell’ arte e la possibilità di una relazione desiderata.

Bella mia è un’opera notevole, un messaggio di resilienza e di fiducia dove ogni parola è pesata con maestria, rispetto e cura.

Bella mia” di Donatella Di Pietrantonio ( ed, Einaudi 2019)

02 febbraio 2026

LA PIAZZA DEL DIAMANTE di Mercè Rodoreda

 


La piazza del Diamante è stata senza dubbio una scoperta preziosa. Ho conosciuto questo romanzo della scrittrice catalana Mercè Rodoreda grazie al consiglio di un’amica e, fin dalle prime pagine, mi ha colpita per la sua intensità.

La storia è narrata in prima persona da Natalia, una donna semplice, appartenente alla classe medio-bassa della Spagna durante la guerra civile. Attraverso la sua voce ingenua e sincera, veniamo accompagnati nella sua vita fatta di sogni, rinunce, difficoltà e silenzi.

Il racconto procede come un flusso di coscienza, con un linguaggio popolare e spontaneo, fatto di frasi brevi e lunghe, spesso senza schemi rigidi. È proprio questo stile a rendere la narrazione così autentica.

Natalia racconta il suo matrimonio con Quimet, un uomo che dice di amarla ma che cerca costantemente di controllarla con un atteggiamento maschilista e autoritario. L’allevamento dei colombi, che finiranno per invadere la casa, nasce da una sua idea, accettata da Natalia – che lui chiama “Colombetta” – contro la propria volontà. I due figli, la guerra civile, l’arruolamento di Quimet, le difficoltà economiche e la fame la conducono lentamente verso una profonda disperazione.

È la storia di una donna che, quasi senza rendersene conto, lotta per affermare se stessa e la propria dignità. Rodoreda riesce a trasformare oggetti, gesti quotidiani ed eventi semplici in emozioni potentissime. Non racconta mai direttamente ciò che i personaggi provano: lo mostra attraverso le loro azioni e pensieri, applicando perfettamente il principio dello show, don’t tell.

Questo è uno di quei libri che restano dentro anche dopo averli chiusi. Una storia forte, delicata e dolorosa allo stesso tempo, capace di coinvolgere e far riflettere.

Consigliato a chi ama i romanzi profondi, le voci femminili autentiche e le storie che parlano, in silenzio, di resistenza e di dignità.

La piazza del Diamante” di Mercè Rodoreda ( ed. La Nuova Frontiera 2020)